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NEWS 16 novembre 2020    di Redazione
Il vescovo di Lincoln racconta come ha affrontato la depressione: «Non possiamo far tutto da soli»

«Sono stato chiamato da Dio per essere un successore degli Apostoli, non mi pare che ci siano scritti in cui si dice che gli Apostoli si siano presi delle ferie. Questo pensavo, perché ero convinto che un vescovo non potesse fare una cosa simile. Credevo che quello fosse in un certo modo un segno di debolezza, o di fallimento, o che significasse non essere in grado di adempiere ai miei doveri. In realtà siamo corpo e anima, la grazia si basa sulla natura. E quindi dobbiamo prenderci cura del nostro benessere fisico e mentale per essere bravi in ​​qualunque cosa stiamo facendo».

A parlare è James Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, una delle diocesi più vive degli Stati Uniti, nonché una delle più feconde in termini di vocazioni. Dopo un periodo difficile e particolarmente impegnativo, lo scorso dicembre Conley ha chiesto e ottenuto dal Papa di ritirarsi per riposare e farsi curare, a causa del sovraccarico di responsabilità che lo aveva portato a sviluppare stati di ansia e depressione. Oggi lo racconta per combattere lo stigma ancora presente sulle fragilità psichiche e per dare un messaggio di speranza: c’è la luce in fondo al tunnel.

Lo fa ricordando il periodo che ha vissuto: «C’erano le difficoltà all’interno della Chiesa per quanto riguarda la cattiva condotta di alcuni sacerdoti e anche la mia diocesi era coinvolta. Contemporaneamente è scoppiato lo scandalo McCarrick ed è uscito anche il Rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania», spiega. Ma non c’era solo questo. Conley era stato costretto a chiudere diverse scuole diocesane che erano in rosso da diversi anni, una decisione inevitabile, ma dalle pesanti ricadute sulla vita delle persone e non solo, come spiega la CNA. Sempre nello stesso periodo un suo amico sacerdote era morto, un momento di forte stress insomma. «Penso che sia iniziato tutto lì, sentivo di essere io il responsabile di tutto, sentivo che dovevo cercare di aggiustare tutto io da solo, invece di arrendermi a Dio».

Ecco che allora i sintomi fisici e mentali hanno iniziato a manifestarsi: insonnia, perdita dell’interesse per ciò che prima era il cuore delle sue giornate, un ronzio costante nelle orecchie, senso di sopraffazione costante. «Volevo rimettermi in sesto, ma era difficile farlo mentre mi occupavo di tutto il resto». Così Conley spiega di essersi confrontato con degli amici: l’arcivescovo Paul Coakley di Oklahoma City; il vescovo James Wall di Gallup, New Mexico; Thomas Olmsted vescovo di Phoenix; l’arcivescovo George Lucas di Omaha. A quel punto ha capito che doveva prendersi cura di se stesso, che nel suo caso significava prendersi del tempo lontano da tutto. Fino ad allora non aveva nemmeno considerato che un congedo fosse possibile per un vescovo, ma si è fidato ed è partito per Phoenix, dove ha ricevuto cure da uno psicologo, uno psichiatra e diversi altri medici, oltre alla direzione spirituale.

Conley spiega che durante il recupero ha cambiato il suo modo di vedere le cose, oggi sottolinea l’importanza del sonno, di un’alimentazione sana, dell’esercizio fisico e della ricreazione come parte di una vita equilibrata.  «Siamo corpo e anima, abbiamo bisogno di equilibrio e abbiamo bisogno di un certo ordine nella nostra vita per aiutarci a rimanere in buona salute» ha detto.

A volte in ambienti cristiani può esserci uno stigma nei confronti delle fragilità psichiche e soprattutto nel loro trattamento, perché la malattia e la fragilità in questo campo viene vista come un segno di debolezza spirituale che può essere curata con più preghiera. Ma Conley sottolinea che cercare aiuto – compreso il recupero psicologico, spirituale e mentale – è un atto di resa alla volontà di Dio. Penso che molte malattie mentali nascano dal fatto che pensiamo di poter far tutto da soli, che possiamo risolvere tutti i problemi nostri o nel mondo, ma non è così, come dice il Vangelo “senza il Signore non potete far nulla”».


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