Geopolitica
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Associazioni Lgbt contro Meta e Mark Zuckerberg: «Non ci tutelano»
Quattro sigle arcobaleno francesi hanno depositato una denuncia alla procura di Parigi
09 Gennaio 2026 - 00:05
Mark Zuckerberg (Ansa)
Un bel reclamo contro Meta e il suo capo Mark Zuckerberg, quello presentato dalle associazioni LGBT+, martedì, per insulti omofobi e transfobici. Protagoniste, le associazioni Mousse, Stop Homophobie, Adheos e LGBT Families che hanno denunciato le nuove policy dei social media legati a Meta (Facebook e Instagram). Infatti, secondo il testo della denuncia presentata alla procura di Parigi, Meta si sarebbe rifiutata di rimuovere i commenti «pieni d'odio» degli utenti sulle persone transgender, pubblicati sotto il video di un'attrice transgender. Il colosso tecnologico americano al momento non avrebbe rilasciato alcun commento, né sarebbe intervenuto sulla questione.
Perciò le associazioni Lgbt+ avrebbero accusato Meta di pratiche discriminatorie contro la loro comunità, denunciando anche la cancellazione di contenuti e account causando, a loro dire, una «limitazione della visibilità» delle loro pubblicazioni, registrando anche il «rifiuto di promuovere account e contenuti Lgbt+», definendo tutto questo «o un rifiuto di fornire un servizio, oppure un ostacolo all'esercizio normale di un'attività economica». Il riferimento, in quest’ultimo caso, sarebbe alla chiusura a fine di agosto 2025, degli account di diversi organizzatori francesi di feste Lgbt+ (ReplicantEvents, ForensicsParis, TechNoireParis, Marché Drag). Inevitabili, poi, le accuse contro Donald Trump, perché dalla sua seconda elezione, Mark Zuckerberg avrebbe adottato una serie di misure volte a trasformare il colosso, in senso “non LGBT friendly”.
Dunque si invoca la libertà e anche a gran voce, arrivando a porsi persino contro un colosso tecnologico come quello di Meta, quando lo si ritiene conveniente, peccato, però, che in anni passati - quando Facebook avrebbe più volte censurato i pro life o avrebbe lasciato tranquillamente in piedi, account atti a promuovere l’odio contro la fede, tra cui ricordiamo nomi significativi di significative pagine Facebook come “Odio la Chiesa”, aperta e funzionante, così come le sue sorelle “Armata dei bestemmiatori”, “Bestemmia spontanea quando l’autoradio si sintonizza su Radio Maria” et similia - nessuno dei benpensanti arcobalenati abbia fatto alcunché per difendere la tanto sbandierata libertà di pensiero.
A questo proposito, ci viene in soccorso, il recente mea culpa proprio di Mark Zuckerberg, il quale avrebbe ammesso che i cacciatori di bufale, i cosiddetti fact-checkers, sarebbero stati «troppo condizionati dalla politica». Affondando ancora di più il colpo, il fondatore di Facebook avrebbe ammesso che «quello iniziato come movimento inclusivo è stato utilizzato per silenziare idee diverse». Dunque, se nessuno in passato ha alzato la voce contro censure immotivate o contro atteggiamenti di vera e propria acquiescenza verso idee dal sapore anticristiano, è per una ragione sola: che i cacciatori di bufale non sono neutrali, bensì politicizzati e, per questo, il concetto stesso di “bufala”, “odio” e “discriminazione”, assume una valenza diversa, se non totalmente opposta, in base all’orientamento ideologico.












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