Violenza
Violenza giovanile
La legge «anti-maranza» e la sfida educativa (sempre più grande)
Il piano antiviolenza del governo è un tentativo comprensibile. Ma le cause della violenza da arginare sono tante. E serie
12 Gennaio 2026 - 12:15
(Imagoeconomica)
L’hanno battezzata «legge anti-maranza» la proposta di legge del Governo depositata agli atti e in attesa della discussione in Parlamento. Si tratta di una serie di norme che mira a rafforzare il contrasto ai reati commessi tra i minori e arginare quella che oramai è un’emergenza sociale: il fenomeno dei “maranza”. Ce li abbiamo tutti in mente quei gruppetti di ragazzi e ragazze – molto spesso seconde generazione di immigrati – che invadono i parchetti e le città con atteggiamento spavaldo e arrogante, gergo e codice di abbigliamento ben identificabili. E se vi sembrano innocui è perché vi siete persi i numerosi fatti di cronaca confermati da qualsiasi motore di ricerca: le baby gang delle grandi e piccole città, risse in piazza, centri invasi da ragazzi violenti e ubriachi, fino ad arrivare a omicidi e violenze sessuali – sulla nostra rivista (qui per abbonarsi), per esempio, trovate un approfondimento a tutto tondo del fenomeno della violenza giovanile.
«Siamo al lavoro su un nuovo piano per la sicurezza», si legge nel comunicato diffuso sui profili social di Fratelli d’Italia, «un disegno di legge che rafforza il contrasto alla criminalità giovanile attraverso l’inasprimento delle pene, la lotta ai maranza e la previsione di sanzioni anche per i genitori di figli minorenni». Giorgia Meloni ha sottolineato che il primo obiettivo è disarmare le baby gang: «Il primo elemento […] è che molto spesso gli atti di violenza sono commessi più con armi da taglio che con armi da fuoco», da qui il divieto del porto con l’aggravante nel caso di soggetti travisati o in gruppi che si riuniscono in luoghi sensibili. Rimane inalterata la vendita online ai minori di armi da taglio e arriva la novità principale: sanzioni nei confronti dei genitori o di chi esercita la vigilanza dei minori.
Al cuore della riforma ci sarebbe infatti la responsabilizzazione del contesto familiare. Quando a commettere il reato sarà il minorenne la sanzione potrà estendersi ai genitori che saranno chiamati a rispondere sul piano economico e amministrativo. L’idea di fondo è che colpendo i riferimenti del ragazzo si possa operare una sorta di prevenzione educativa. Il disegno di legge conferisce inoltre al prefetto nuovi poteri per l’applicazione di sanzioni amministrative come il ritiro o la sospensione della patente, del passaporto o del permesso di soggiorno, fino a poterne impedire il rilascio. In quest’ambito si inserisce anche la Lega che propone requisiti più stringenti sulla cittadinanza: come per esempio esami di integrazione per dimostrare la conoscenza dell’italiano e delle regole fondamentali di civiltà. Nel testo è poi presente una norma definita «scudo giuridico», secondo la quale se una persona agisce in legittima difesa o in situazioni giustificate dalla legge non scatterà l’iscrizione automatica al registro degli indagati. La tutela è stata inizialmente pensata per le forze dell’ordine, ma ora verrebbe estesa a tutti i cittadini.
Letta così sembra non fare una piega, anche se qualcuno l’ha definita una legge «che vuole complicare la vita agli stranieri in Italia», citando Fanpage. Noi preferiamo appoggiarci sui numerosi fatti che basterebbero a giustificare questo tipo di interventi e che dimostrano che siamo di fronte a una reale emergenza educativa. L’ha scritto anche il sociologo Luca Ricolfi in un articolo pubblicato da Il Messaggero l’estate scorsa in cui ha ammesso che «stavolta sono i conservatori a vederci giusto», riconoscendo che l’aumento della violenza minorile sia reale e non una percezione. Mentre ci si è a lungo soffermati sui «disturbi internalizzanti» dell’utilizzo eccessivo di smartphone e social, - citando dall’articolo di cui sopra -, quali ansia, depressione, disturbi alimentari o autolesionistici, scarsa o nessuna attenzione è stata posta ai «disturbi esternalizzanti» per i quali il disagio viene rivolto all’esterno: disturbi dell’attenzione, comportamenti antisociali, fino a ad arrivare ad aggressioni e violenze sessuali. Scrive Ricolfi: «In Italia fra il 2019 […] e oggi […] i reati di aggressione commessi da minorenni sono tutti in aumento […]. […] Minaccia (+ 13.7%), lesioni dolose (+35.1%), violenza sessuale (+38.8%), percosse (+40.0%), rissa (+57.5%), rapina (+78.4%), omicidio (+84.2%)».
Bene quindi che venga riconosciuta la diminuita capacità di controllo dei giovani e che tra le prime cause si indaghi sull’uso smodato dei dispositivi elettronici, ottimo che si prendano provvedimenti tramite leggi e sanzioni. Rimangono tuttavia inesplorate le ragioni più profonde della violenza giovanile. E, se con buona probabilità e con il passare del tempo il termine “maranza” si estinguerà, la criminalità minorile no. Un giovane abbandonato alla confusione adolescenziale, in preda a compulsioni incontrollate, a reazioni esasperate, è un giovane solo. Un giovane che struttura un comportamento violento in famiglie disgregate. In molti casi un giovane che è frutto di un’immigrazione quasi incontrollata, la quale molto spesso origina soggetti difficilmente integrabili o riluttanti alla sola idea. Un giovane che è altamente esposto a contenuti violenti, tempestato da messaggi aggressivi oramai normalizzati. Arginiamo il fenomeno, sì, ma qualcuno metta mano anche alle cause, rispondendo con coraggio alla domanda di senso insita nel cuore di ogni giovane.











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