Giovedì 29 Gennaio 2026

Social vietati

«No social ai ragazzi»: dopo l’Australia, si muove la Francia (e anche Regno Unito e Danimarca)

Intanto anche la Svezia, ieri, ha annunciato che intende vietare l’uso dei cellulari nelle scuole primarie e medie per garantire che gli studenti possano concentrarsi sull’apprendimento

Smartphone bambini

(Imagoeconomica)

La Francia sarà il primo Paese europeo a vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, sulla scia di quanto fatto in Australia a dicembre. Lunedì l’Assemblea nazionale del Parlamento francese ha approvato con 130 voti favorevoli e 21 contrari la proposta di legge. Il presidente Macron ha voluto accelerare l’iter legislativo con l’obiettivo di far entrare in vigore il divieto già il prossimo settembre con l’inizio del nuovo anno scolastico. «Vietare i social network agli under 15 è ciò che consigliano gli studiosi e che chiedono massicciamente i francesi. Dopo un lavoro fruttuoso con il governo, l’Assemblea nazionale ha detto sì», ha annunciato Macron su X, «spetta ora al Senato proseguire questo lavoro costruttivo». La proposta vieterebbe anche l’uso degli smartphone nelle scuole superiori, già proibito in Francia dal 2018 per gli studenti tra gli 11 e i 15 anni. 

Macron ha definito l’approvazione della proposta di legge «un passo molto importante» spiegando che «il cervello dei nostri bambini e dei nostri adolescenti non è in vendita, né alle piattaforme americane né agli algoritmi cinesi», per poi concludere: «I loro sogni non possono essere dettati dagli algoritmi. Perché non vogliamo una generazione ansiosa, ma una generazione che crede nella Francia, nella Repubblica e nei suoi valori».

Il voto francese è arrivato pochi giorni dopo che anche il governo britannico aveva dichiarato di voler procedere similmente, dopo che la Danimarca ha avviato lo stesso percorso. «Come sta accadendo in Francia e come già fatto in Australia, e presto anche in Inghilterra», commenta Riccardo Zucconi, deputato Fratelli d’Italia alla Camera, «anche noi dobbiamo puntare a un uso progressivo e consapevole dei social network per contrastare cyberbullismo, disturbi della personalità e calo del rendimento scolastico nei giovanissimi. È una battaglia di civiltà che trova ormai un consenso trasversale internazionale: proteggere i minori significa anche garantire loro un futuro libero dalle dipendenze tecnologiche, significa garantire un futuro alla nostra nazione».

Sono infatti circa dieci anni che l’intera comunità scientifica internazionale collega molti dei malesseri psicofisici (disturbi del sonno, bassa autostima, isolamento, ansia, depressione, calo dell’attenzione, disturbi alimentari, aggressività, cyber bullismo…) all’abuso dello smartphone. Qui in casa nostra nel settembre 2024 lo psicoterapeuta Alberto Pellai e il pedagogista Daniele Novara avevano diffuso un appello firmato da numerosi altri psicologici, neurologi, pedagogisti, neuropsichiatri e filosofi: «Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi per far sì che nessuno dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze possa possedere uno smartphone personale prima dei 14 anni e che non possa avere un profilo social media prima dei 16». Concludendo con un grido quasi disperato: «Aiutiamo le nuove generazioni». Ad oggi nel nostro Paese è in discussione una proposta di legge bipartisan che mira a vietare l’accesso ai social ai minori di 14 o 15 anni. Attenderemo i prossimi passi. Intanto ieri la Svezia ha annunciato di voler vietare l’uso del cellulare dalle scuole primarie e medie per garantire che gli studenti possano concentrarsi sull’apprendimento. 

Va segnalato che di certo sopraggiungeranno difficoltà tecniche. Per esempio, come si potrà procedere a verificare l’età senza violare la privacy o creare un database di documenti di identità? Inoltre, in Australia i test di verifica hanno mostrato già diverse falle, tra errori di riconoscimento facciale e facilità di aggirare la legge tramite VPN o identità false. Ricordiamo poi che per alcuni, se non per molti, stiamo parlando di vere e proprie dipendenze, è lecito quindi pensare all’insorgere di crisi d’astinenza che richiederanno strumenti per essere affrontate. Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione nazionale delle dipendenze tecnologiche, l’anno scorso aveva diffuso percentuali preoccupanti: «Il 33% dei bambini italiani di età compresa tra i 5 e i 7 anni usa i social e ha un proprio profilo. […] A quell’età il 28% possiede uno smartphone, l’83% usa un tablet e il 23% un laptop, il 74% guarda Tv o film sui device, il 93% utilizza piattaforme di video sharing e il 59% siti o app di messaggistica».

Ecco allora che nonostante ogni sforzo e tentativo di tutelare la salute psicofisica dei giovani sia da applaudire, la strada che ci si prospetta davanti pone almeno altre due sfide importanti. La prima, è quella di raggiungere progressivamente un equilibrio ta tutela dei minori e sviluppo tecnologico. La necessità rimane quella di istruire i ragazzi al mondo del digitale, con tutti i pericoli e i vantaggi che porta con sé. Bene quindi partire dal divieto, ma sarà sempre più necessario andare oltre.

La seconda sfida, ancora più seria dal nostro punto di vista, è sensibilizzare i genitori e più in generale il contesto educativo di bambini e ragazzi. Come potranno adulti a loro volta dipendenti dai social e dagli smartphone sorvegliare i ragazzi? Bambini abituati a sorridere a comando di fronte allo smartphone dell’adulto di turno o filmati senza che neanche se ne accorgano, quante difficoltà incontreranno nel riconoscere il netto confine tra realtà e finzione? E qui ci viene ampiamente in aiuto Roberto Marchesini con il suo Smetto quando voglio (qui per acquistarlo), proprio perché è più urgente educare prima il mondo adulto che da anni consegna in mano a bambini e ragazzi un oggetto che non esageriamo a definire pericoloso.

In conclusione, vogliamo poi fare una precisazione. Nonostante ci si riempia la bocca di «sogni» e «valori», la verità è che un giovane incollato allo schermo e dipendente dai social è esattamente ciò che alimenta i vasti interessi economici che sono in gioco. È evidente che la palla rimane in mano a quella parte di mondo adulto che ha veramente a cuore i bambini e i ragazzi, e che quindi è disposta a fare un lavoro anche su di sé. Vietare, vigilare, sorvegliare, educare, senza avere timore della frustrazione giovanile che generano inevitabilmente certi “no”. Perché i primi a doverli dire questi “no” siamo noi, e, solo dopo, ben vengano quelli dello Stato.

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