Mercoledì 04 Marzo 2026

STATI UNITI

La famiglia prima dell'ideologia, dalla Corte Suprema stop alle “transizioni” di nascosto a scuola

Le scuole non possono tenere segrete ai genitori le scelte dei figli in materia di identità di genere, torna quindi al centro la responsabilità genitoriale. Farà scuola anche in Italia?

La famiglia prima dell'ideologia, dalla Corte Suprema stop alle  “transizioni” di nascosto a scuola

(Immagine: Ai)

Un mese fa dagli Stati Uniti è arrivata la storica sentenza con cui un tribunale sanciva l’obbligo di risarcire una detransitioner con due milioni di dollari da parte dei medici che le hanno rimosso i seni quando, appena sedicenne, pensava di voler diventare maschio. Ora la Corte Suprema mette un punto in una delle battaglie culturali più incandescenti degli ultimi anni: le scuole pubbliche non possono nascondere ai genitori informazioni sull’identità di genere dei figli minorenni e nemmeno coprire o omettere eventuali “transizioni sociali”.

La notizia risale al 2 marzo scorso, quando la Corte Suprema  ha stabilito, con una maggioranza di 6 giudici contro 3, che lo Stato della California non può tenere segrete ai genitori le informazioni sull’identità “transgender” degli studenti minorenni. Secondo i giudici, le politiche di riservatezza adottate da alcuni distretti scolastici violano i diritti dei genitori garantiti dal Primo Emendamento quando impediscono loro di essere informati sul fatto che i figli si identifichino come appartenenti al sesso opposto rispetto a quello biologico. La decisione arriva al termine di una battaglia legale durata quasi tre anni, promossa dalla Thomas More Society, studio legale specializzato in libertà religiosa, che ha rappresentato genitori e insegnanti.

Il caso nasce in California, dove alcuni distretti avevano adottato linee guida che permettevano agli insegnanti di non informare le famiglie nel caso un alunno volesse essere chiamato con un nome e un genere differente: il bene da tutelare era considerato la privacy del minore. La Corte ha ribaltato l’impostazione: il diritto dei genitori a essere coinvolti nelle decisioni fondamentali che riguardano i figli viene prima dei protocolli interni delle scuole. L’istituzione scolastica educa, ma non può sostituire la responsabilità genitoriale.

Una notizia destinata ad avere grosse ricadute culturali. Per anni l’egemonia arcobaleno ha trasformato la cosiddetta identità di genere in un terreno intoccabile, sottraendolo o tentando si sottrarlo a qualunque influenza familiare. L’idea sottesa era chiara: il ragazzo ha diritto di autodeterminarsi, la scuola aveva il dovere di riconoscerlo, la famiglia poteva solo adeguarsi. Eventuali obiezioni venivano categorizzate nell’omofobia, nella discriminazione o, quando andava di lusso, semplicemente nell’arretratezza da superare. Il caso ha posto una questione: può un’istituzione pubblica accompagnare – o di fatto avallare – una “transizione sociale” di un minore senza coinvolgere chi ne ha la responsabilità primaria? La risposta della Corte americana è no.

E questa ventata di buon senso potrebbe arrivare anche in Italia. Anche da noi, in diverse scuole, è stata adottata la cosiddetta Carriera alias, che consente allo studente di essere chiamato con un “nome d’elezione” diverso da quello anagrafico, anche senza il previo consenso dei genitori. Formalmente è un atto interno. Sostanzialmente produce un riconoscimento identitario dentro e fuori dall’aula. Non è soltanto una forzatura burocratica: è un passaggio che può incidere negativamente sull’alleanza scuola-famiglia e, soprattutto, minare la ben più importante alleanza figlio-genitore. La decisione americana potrebbe riaprire un dibattito anche nel nostro Paese, dove ogni richiesta di coinvolgimento dei genitori viene vista come un’ingerenza.

La scuola ha un compito altissimo. Ma non è un laboratorio identitario autonomo. Non può gestire in solitudine passaggi che incidono sull’identità di un minore né trasformare il silenzio verso i genitori in una prassi amministrativa. La Corte Suprema ha rimesso al centro un principio giuridico prima ancora che culturale: la responsabilità primaria sui figli non appartiene allo Stato. Un punto fermo che, anche in Italia, ci auguriamo, possa far scuola e portare una ventata di buon senso. (Fonte immagine: Ai)

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