nazionale
Culle vuote
Nascite, l’Italia sprofonda ancora e cresce la fivet (che non sarà mai la soluzione)
I nuovi dati raccontano nuovi record negativi. Su tutti i fronti
01 Aprile 2026 - 12:15
(Imagoeconomica)
Che in Italia nascessero pochi bambini già si sapeva. Che la situazione stesse progressivamente peggiorando è invece notizia dell’ultimo report Istat.
L’Italia è tra i Paesi con la natalità più bassa in Europa. Inoltre, lo spiega l’Istat, le nascite continuano a calare: 370.000 nel 2024, in forte discesa rispetto a oltre 570.000 nel 2008. Il numero medio di figli per donna è circa 1,18, ben sotto il livello di sostituzione (2,1) con il risultato di una popolazione che invecchia sempre di più e diminuisce.
Nel panorama europeo, rispetto per esempio a Francia e Svezia, in Italia è in corso una modifica strutturale della popolazione dovuta a una diminuzione della fecondità prolungata nel tempo. Il report dà poi conto di un altro dato rilevante: la progressiva riduzione del numero di potenziali genitori. Dal report risulta infatti che solo il 21,2% degli italiani (nella fascia di età 18-49 anni) vuole un figlio nei prossimi 3 anni e - dato che sfiora il tragico - oltre 10,5 milioni non vogliono figli (o altri figli). Viene poi rilevato che l’età media al parto è 32,6 anni, e diventa sempre più tardiva con il risultato di un tempo fertile minore.
Di pari passo con questo trend, va crescendo il ricordo alla PMA (procreazione medicalmente assistita). Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute dal 2022 al 2023 si è passati da 87.192 coppie trattate a 89.870. Nel 2022 si sono registrati 109.755 cicli, mentre nel 2023 ne risultano 112.804. Questi dati sono significativi perché se li consideriamo in relazione all’anno 2005 risulta che sono quasi raddoppiati. Uno sguardo poi all’età delle donne e alla differenza tra le tecniche: la media dell’età delle donne che si sottopongono alla procedura è di 36,7 anni, valore più elevato rispetto alla media europea pari a 35 anni. Le donne che invece si sottopongono alla fecondazione in vitro con ovociti donati hanno in media un’età pari a 41,8 anni. Diminuisce l’età invece per le donne che si sottopongono alla stessa fecondazione in vitro, ma con seme donato, la media è di 34,5 anni. In generale, negli ultimi 15-20 anni, i bambini nati con PMA sono passati da circa 1% a oltre 4% del totale.
La fecondazione in vitro, oltre ad andare in contrasto con la dottrina della Chiesa poiché separa l’atto sessuale dall’unione coniugale, è immorale da un punto di vista bioetico se pensiamo al destino degli embrioni “prodotti in eccedenza” durante il processo di fecondazione in vitro. E poi non sembra essere nemmeno la soluzione al calo demografico. Proprio in questi giorni, il demografo Lyman Stone ha commentato i dati internazionali dicendo che abbiamo prove «del fatto che la fecondazione in vitro non ha alcun effetto sui tassi di fertilità a livello sociale». Poiché se è vero che la PMA cresce in percentuale, le nascite totali stanno crollando in assoluto.
Si potrebbe indagare su più fronti il problema della denatalità - e noi lo abbiamo approfondito in senso ampio sulle pagine del Timone (qui per abbonarsi, e aprile porta con sé un’offerta imperdibile: se ti abboni per un anno al mensile cartaceo o se regali un abbonamento ricevi a casa gratis ben tre quaderni del Timone: quello sull’Eucarestia, sull’Identità di genere e sugli Uomini che cercano Dio, imperdibile!), ma c’è un aspetto che i più sottovalutano.
Non si vogliono fare figli. Insieme al declino demografico c’è una tendenza che si va sviluppando: la diffusione di coppie cosiddette “dink”. L’acronimo sta per Double Income, No Kids, letteralmente “doppio reddito, nessun figlio”. Ed è evidente che specificando la doppia entrata finanziaria il problema non sia la scarsità di sussidi, ma piuttosto la scelta volontaria di non procreare. E se pensate sia un fenomeno di nicchia - anche se basterebbe guardarsi intorno per vedere il moltiplicarsi di coppie giovani con al massimo cane al seguito - riguardiamo i dati Istat: nel 2023 oltre il 33% delle coppie residenti nel nostro Paese non aveva figli conviventi, una percentuale in costante aumento rispetto al decennio precedente.
Tutti questi dati presi insieme ci dicono che siamo cresciuti - e stiamo crescendo i nostri figli - in una cultura che ci sussurra quotidianamente che il corpo è solo nostro e il tempo ci appartiene. È una menzogna che fa dire alle donne di aspettare il fatidico momento giusto - che alla fine non arriva mai e quando arriva è tardi - per riempire quella culla. Che inneggia il solo successo lavorativo e l’empowerment personale. Che sottostima l’uomo fino a eliminare quasi del tutto la figura del padre, ridotto a compagno di giochi. Al netto di tutti i calcoli, a rimanere inascoltata è la vocazione che Dio ha posto nel cuore di uomo e donna, e che, per vie a noi misteriose ma provvidenziali al disegno divino, alle coppie infertili viene biologicamente negata. Quella di dondolare un neonato nel cuore della notte e stringere la mano di un bambino durante i suoi primi passi. La cultura della vita, è questa che dobbiamo perseguire, e anche con una certa urgenza.










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