Venerdì 10 Aprile 2026

Medio Oriente

Guerra Iran Usa, la tregua di Trump appare fragile e la pace (purtroppo) è ancora lontana

Venerdì le delegazioni si troveranno a Islamabad, ma è difficile credere che Netanyahu possa rinunciare a quella che percepisce come una «guerra esistenziale»

Guerra Iran Usa, la tregua di Trump

Donald Trump (Imagoeconomica)

La tregua di quindici giorni con l’Iran, annunciata nella notte dal presidente statunitense Donald Trump e accettata anche da Israele e Iran, ha permesso al mondo di tirare un sospiro di sollievo dopo settimane di tensione crescente. Quando Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio in cui avvertiva che «un’intera civiltà potrebbe morire stanotte, per non risorgere mai più», in molti hanno temuto il peggio. Fortunatamente, dietro le dichiarazioni roboanti e la dialettica incendiaria – contro cui si è espresso in prima persona anche Papa Leone XIV – la diplomazia non si è mai fermata. A fare da intermediario fondamentale è stato il Pakistan, con il sostegno di Pechino.

Il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito, il feldmaresciallo Asim Munir, hanno lavorato intensamente nelle ultime settimane per proporre un quadro di intesa. L’idea centrale, poi accettata dalle parti, era quella di una tregua temporanea di due settimane: gli Stati Uniti avrebbero sospeso ogni attacco contro l’Iran, mentre Teheran si sarebbe impegnata a riaprire il Golfo Persico – e in particolare lo Stretto di Hormuz – al traffico commerciale internazionale in modo controllato e sicuro. In cambio, entrambe le parti avrebbero accettato di inviare le rispettive delegazioni a Islamabad per colloqui diretti, che dovrebbero iniziare venerdì 10 aprile, con l’obiettivo di negoziare un accordo più ampio entro 15-20 giorni.

I negoziati si baseranno su una bozza di 10 punti già avanzata nelle scorse settimane da Teheran, che include richieste come la garanzia di non aggressione, il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, l’accettazione dell’arricchimento nucleare, la rimozione di tutte le sanzioni, la cancellazione delle risoluzioni ONU e IAEA, risarcimenti e il ritiro delle forze americane dalla regione. Se anche solo una parte di questi punti venisse accettata, si tratterebbe di una vittoria diplomatica significativa per Teheran. Nel frattempo, Washington ha dovuto implicitamente riconoscere l’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz, che resterà sotto controllo iraniano (con pedaggi condivisi con l’Oman) anche durante il cessate il fuoco.

Tuttavia, la domanda che tutti si pongono è: questa tregua di due settimane porterà a un accordo più ampio o servirà solo alle parti per prendere fiato dopo settimane di guerra estenuante? L’attesa per i negoziati di Islamabad è altissima, ma è necessario osservare i fatti con prudenza e realismo. Innanzitutto, l’accordo non riguarda il Libano: come ha già chiarito il premier Benjamin Netanyahu, la guerra tra Israele e Hezbollah proseguirà indipendentemente. Inoltre, come sottolinea l’analista geopolitico Gilles Touboul sulle colonne del suo blog sul Times of Israel, il cessate il fuoco «non pone fine alla guerra. Si limita a sospendere «una sequenza diventata troppo rischiosa per tutti».

In questi negoziati potrebbero emergere ulteriormente le diverse visioni strategiche di Israele e Stati Uniti: da una parte Trump vuole evitare di coinvolgere ulteriormente gli Stati Uniti in quel tipo di "guerra infinita" che aveva afflitto i suoi predecessori e dalla quale aveva promesso di tenere gli Usa fuori; dall’altra è difficile credere che Netanyahu possa rinunciare a quella che percepisce come una «guerra esistenziale» e all’occasione storica di provocare un «regime Change» in Iran che ad oggi, tuttavia, rappresenta un’ipotesi piuttosto remota.

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