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Alberto Guareschi: «La fede di Giovannino è cresciuta nel lager»
NEWS 12 Febbraio 2024    di Samuele Pinna

Alberto Guareschi: «La fede di Giovannino è cresciuta nel lager»

Da un’idea di don Samuele Pinna ha preso vita “Dietro le quinte”, una rubrica senza periodicità che vuole incontrare quei personaggi importanti che lavorano per il bene e non sempre appaiono in prima fila, ma appunto sono spesso “dietro le quinte”.  Queste le altre puntate: QUI, QUI, QUI e QUI

Sono ben felice di recarmi in quella fettaccia di terra distesa lungo la sponda destra del Po a trovare un amico. Arrivo a Roncole Verdi in tarda mattinata e sono accolto dalla consueta gentilezza di Alberto Guareschi, figlio di quel Giovannino conosciuto in tutto il globo terracqueo a motivo del suo Don Camillo.

Non posso esimermi dal chiedere conto di quel fenomeno letterario: «La sua arte è consistita nel fatto di riuscire a rendere semplici le cose senza cadere nella banalità…». Ragiono ad alta voce considerando che è poi la cosa più difficile per uno scrittore: «È il talento – mi vien riferito – che gli ha donato il Padreterno, c’è poco da fare! Mio padre aveva questo talento… non era certo un santo, per carità! Ma il talento che ha avuto in dono non lo ha sotterrato, e lo ha fatto rendere parecchio…».

Interrogo il mio interlocutore se sia il realismo dei racconti ciò che ha decretato il suo successo: «È quello il segreto! Mio padre parla di cose vere, descrive personaggi che sono realmente esistiti, che ha conosciuto, esprime dei sentimenti che in quel momento sta provando. La verità è una cosa slegata dalle mode, è un evergreen… e la gente, a naso, a fiuto, si accorge se uno quando scrive ti racconta delle balle o delle cose vere. Soprattutto i giovani: si accorgono subito se uno scrittore racconta fandonie, e lo abbandonano… I giovani che prendono in mano gli scritti di mio padre non li abbandonano più!».

Il discorso cade in modo inevitabile sul più celebre personaggio di Mondo piccolo e m’informo se il famoso presbitero sia stato modellato su una persona reale: «Don Camillo non è stato ispirato da un prete soltanto, ma da decine di preti messi assieme. Il sacerdote di riferimento era l’arciprete del paese dove mia nonna è stata maestra elementare per trentanove anni, e si chiamava don Lamberto Torricelli. Lo ha scritto diverse volte anche su Candido: “Il mio don Camillo assomiglia moltissimo al mio vecchio parroco di campagna, che tra una sberla e l’altra mi dava ripetizioni di latino”».

Sollecito ancora: a chi si era ispirato, invece, per Peppone? «Aveva in mente un vecchio socialista riformista, Giovanni Faraboli, di Fontanelle, il paese dove mio padre è nato. Era un bel personaggio e una gran persona, tant’è vero che mio padre, quando Faraboli è morto, ha scritto uno dei pezzi più belli in assoluto apparsi su Candido, nonostante i due fossero di idee politiche opposte; ma qui si guarda l’uomo, le cose che uno ha fatto di buono».

Una saggezza pacata e una grande umiltà promanano dall’uomo seduto davanti a me che, insieme alla sorella Carlotta (morta nel 2015), ha mantenuto vivo il ricordo di Giovannino mediante l’archiviazione di una quantità enorme di materiali, creando per di più il museo Casa Guareschi. È stata da loro istituita, inoltre, l’associazione Club dei ventitré che promuove studi e ricerche per l’approfondimento della cultura italiana del Novecento con riferimento al ruolo dell’opera guareschiana. Un impegno prezioso dietro le quinte durato una vita, spesa non per memorie nostalgiche, ma per rendere fruibile a tutti una ricchezza di inestimabile valore, come sono gli scritti di Guareschi. Domando di conseguenza ad Alberto quale sia il suo libro favorito tra quelli del padre: «Noi figli – dice sornione – avevamo letto i suoi libri, ma non gliel’abbiamo voluto dire per non dargli soddisfazione!». Nella risata contagiosa che segue, prosegue il discorso: «È vero: li leggevamo di nascosto, e lui lo sapeva… Non so, è una cosa strana… Una volta si usava un atteggiamento che adesso non c’è più: il pudore dei sentimenti. Si aveva quasi paura a scoprirsi e a rendersi vulnerabile per l’altra persona; ma si riusciva ugualmente a farsi capire». Incalzo con il mio quesito e mi viene svelato che il volume preferito è Diario clandestino, «perché non so come mio padre abbia fatto a restare così sereno e rasserenante nelle condizioni in cui si trovava. In quei momenti tanto drammatici scrive quelle cose lì che sono di una serenità incredibile, e non si tratta di una veste mentale, l’uomo è nudo in quelle situazioni estreme! Doveva avere una fede profondissima che ha ereditato da sua madre: mia nonna aveva una grandissima fede, una fede “naturale”, di quelle che non hanno bisogno di ragionamenti, perché ce l’hai dentro!».

Alberto mi dà il La per indagare sulla fede di suo padre: «Penso che gli abbia fatto molto bene – sembra un paradosso! – il periodo che ha trascorso in campo di concentramento: lì ha potuto confrontarsi con sé stesso, ha scoperto sé stesso. Prima della prigionia pensava che la sua funzione unica fosse quella di divertire i suoi lettori, riteneva di essere un umorista tout-court, punto e basta! Invece, in campo di concentramento si è trovato di fronte a una realtà durissima, dove una buccia di patata significava un giorno di vita in più! In tali occasioni salta fuori quello che c’è dentro, sia di buono, sia di cattivo. E mio padre ha scoperto di avere dentro qualcosa di buono: una grande empatia nei confronti del prossimo. Oltreché una grande curiosità, che tutti gli umoristi hanno. Poi, però, ha scoperto anche di essere capace di farsi carico dei problemi degli altri e di aiutarli a risolverli… e agendo in tal modo risolveva anche i suoi! E lì c’è stato anche uno sviluppo della sua fede, perché se mio padre non avesse avuto fede e speranza in Dio, si sarebbe lasciato andare anche lui. Se non si è motivati dalla fede, chi te lo fa fare di farti carico dei problemi degli altri?! Non penso che ci sia una generosità gratuita, senza una spinta divina!».

Voglio sapere quanto è stato importante il rapporto con Dio: «Era per lui essenziale, era un’entità essenziale. Senza di quello non poteva, non aveva nessuna ragione di continuare a vivere». Volgendomi un attimo verso il fuoco che riscalda la grande sala, rimango ipnotizzato per un istante dal crepitio del ceppo che si consuma, e mi permetto di entrare nel personale: “Per te, caro Alberto, che posto ha la fede nel tuo quotidiano?”. La risposta non si fa attendere: «Io vado dietro al vecchio, mi piace quello che lui pensava. Non sono alla sua altezza, però le dritte che mi dava mi vanno bene ancora adesso». Mentre si alza per attizzare le fiamme pronuncio qualche parola sul contesto attuale e mi viene donata questa sua testimonianza: «Mio padre è stato molto praticante durante il periodo della deportazione nei lager e quando è stato in prigione. Nei lager i suoi più grandi amici erano i cappellani militari, delle persone straordinarie!». E continua nella sua riflessione: «Ci vuole sempre la mediazione del sacerdote tra l’uomo e Dio, non c’è un cristianesimo “fai-da-te”. Adesso ci sono tante persone che invece se lo ritagliano su misura, in base alle proprie esigenze». Mi sovviene quanto ho riportato nel mio libro A dottrina con don Camillo , dove in un questionario il cento per cento degli intervistati aveva risposto che avrebbe desiderato avere un parroco come don Camillo: «Il personaggio di don Camillo non è ideologico come non lo era mio padre: era uno che aveva questo enorme difetto di pensare sempre con la propria testa e di lasciare parlare il cuore, che è poi una fregatura per chi è molto sensibile, perché ti capitano delle cose che, con un po’ di diplomazia, potresti evitare. D’altra parte, se uno vuol essere sé stesso, e portare rispetto alla propria dignità, deve compiere delle scelte anche se sono piuttosto dolorose. E mio padre ha vissuto solo sessant’anni anni forse proprio per quelle scelte dolorose; però ha fatto bene a farle, perché, in fondo, che cosa rimane quando uno muore? Se non lascia un buon ricordo, non rimane niente! Al contrario, lui continua a emanare la sua carica di positività con i suoi libri e anche con i film, perché nonostante siano differenti dai testi hanno anch’essi una loro dignità, tanto più che i dialoghi sono proprio quelli di mio padre…».

Guareschi ha avuto sempre un giudizio negativo rispetto alla trasposizione cinematografica… «… sì, forse la reazione era dovuta al fatto che un autore di un libro non è mai contento della riduzione cinematografica, perché essa è una riduzione in tutti i sensi. D’altro canto, il cinema ha delle esigenze che vanno rispettate. In ogni caso il risultato è stato positivo, perché i film hanno vinto la battaglia contro il tempo. Il primo è stato girato nel ’51… quanti anni ha? Ne ha tanti, ed è in bianco e nero!». Merito anche di straordinari interpreti: «Ah, certo! Mio padre si è arrabbiato con tutti i registi, e con il produttore… mai con gli attori, perché li stimava moltissimo!». Verifico se sia vero che, a un certo punto, Giovannino quando immaginava don Camillo non riusciva più a dissociarlo dalla figura di Fernandel: «Sì, è vero! All’inizio non gli piaceva nessuno dei due: non voleva Fernandel perché diceva che aveva la faccia da cavallo, e non voleva Cervi perché aveva la faccia troppo pulita per interpretare il personaggio di un sindaco rosso, sanguigno e violento. Dopo, comunque, ha riconosciuto che “Gino Cervi è il mio Peppone!” e che “Fernandel non è il mio don Camillo, però è talmente bravo che io, continuando a scrivere i racconti della serie, sono obbligato a far agire il mio pretone con la faccia di Fernandel!”. Questi era contento di interpretare don Camillo: era una persona molto religiosa e aveva già avuto occasione di leggere il libro di mio padre».

Capisco che è l’ora di accomiatarmi, ma non riesco a trattenere una curiosità: quanto c’è di Alberto in Albertino, così come di Carlotta ne La Pasionaria e di Ennia in Margherita? «Diciamo il 60%», e sono edotto: «Era l’invenzione del vero. Mio padre aveva fatto suo l’invito di Giuseppe Verdi ai giovani musicisti: “Non occorre inventare niente, inventare il vero è meglio, perché c’è già tutto pronto”. Naturalmente il vero bisogna vederlo e poi saperlo anche descrivere. Lui aveva già la base, aveva tutto a portata di mano: quello che descriveva e che succedeva in casa mia era la stessa cosa che capitava in tutte le famiglie. La nostra è stata una famiglia tipo, con tutti i pregi e i difetti».

Parlando ancora dei protagonisti degli episodi delle storie di Giovannino mi viene consegnata una considerazione sul tempo che passa: «I suoi personaggi crescevano purtroppo, anzi per lui era un rammarico vederli invecchiare, voleva fermare anche mia sorella che secondo lui avrebbe dovuto fermarsi nella crescita. Avevamo in casa un camino, dove di fianco su una sua spalletta mio padre ogni tanto misurava l’altezza di Carlotta. La posizionava lì, poi ci metteva sopra una squadra per segnalare l’altezza. Una volta le dice: “Adesso ti fermi lì, non vai più avanti!”, e lei gli ha replicato con cipiglio: “Va bene, farò allora una buca per terra per non superare la tua misura!”».

Eh sì, tempus fugit, tutto passa inesorabile… guardo, infine, in faccia il figlio di tanto novelliere, vignettista e umorista e mi par di vedere – ma ne sono certo – un uomo dallo sguardo puro, una persona buona, di cuore: «è un sognatore – ha scritto di lui Giovannino –, vive distaccato dalla materia, come se parlasse sempre con gli angeli». Del resto, Alberto è così: ti trasmette serenità, è preciso nelle ricostruzioni, ti incanta nell’ascoltarlo ed è laborioso in massimo grado: «Non pranzo mai e continuo a lavorare fino a sera», confida sulla porta indicandomi, in ogni caso, un buon ristorante dove possa sfogare la voglia di piatti tipici della zona.

Prima di congedarmi strappo, però, un ultimo aneddoto: «Ho un ricordo, una sciocchezza che mi è rimasta impressa… Aveva scritto il racconto Chi può portare a spasso il bambino?. È, in pratica, la rilettura de Il fanciullino di Giovanni Pascoli: ogni uomo porta dentro di sé il bambino che era una volta, il bambino che poi muore al primo pensiero impuro. Chi riesce a non farlo morire, lo porta dentro e ogni tanto vanno a spasso assieme. E spiega questo con un esempio: “L’adulto sa che i papaveri nel frumento significano che l’agricoltore è sciatto, che non ha convenientemente selezionato il seme: ma l’adulto sa pure che piacciono tanto al bambino e si rallegra se i papaveri sono molti”. Mio padre si chiedeva: “Chi può portare a spasso il bambino?”. Quando ha scritto questo racconto aveva una Bianchina, e una volta lui con la sua e io con la mia, per motivi differenti, eravamo a Busseto e ci siamo ritrovati sulla strada di ritorno alle Roncole. Lui era avanti, io più indietro e potevo vederlo. Lungo la linea di mezzeria della strada c’erano i coni che vengono allineati quando vengono tracciate le strisce sull’asfalto. Mi ero accorto che guidava in modo strano e non capivo… Poi ho capito; ha voluto buttare giù uno di questi coni: era il bambino che c’era in lui che desiderava farlo, e così l’ha fatto contento. Voleva buttarne giù uno e mio padre l’ha lasciato fare».

Mentre il fuoco nel caminetto si spegne con garbo con gli ultimi scoppiettii di punteggiate scintille infocate, ci salutiamo nella convinzione, sostenuta da Alberto, che Giovannino Guareschi ebbe milioni e milioni di ammiratori in tutto il mondo, perché aveva ottenuto e mai perso «le chiavi dei cuori dei suoi lettori».

(Foto © Il Timone)


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