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NEWS 31 luglio 2018    di Giulia Tanel
«È ora di impugnare la spada». Parola di Fulton Sheen

«Siamo alla fine della cristianità». Affermava così, in maniera netta, l’arcivescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), nel corso di una trasmissione televisiva nel 1974. Il prelato spiegava quindi, secondo quanto riportato dal National Catholic Register: «La cristianità è una vita economica, politica, sociale ispirata ai principi cristiani. Questo sta finendo, l’abbiamo visto morire. Guardiamo i sintomi: la rottura della famiglia, il divorzio, l’aborto, l’immoralità, la disonestà generale». Con l’aggravante che anche molte persone che continuano a dirsi cattoliche in realtà si stanno (talvolta inconsapevolmente) adeguando allo “spirito del mondo”, assuefatti da un clima culturale radicalmente alieno dai principi cristiani e/o perché preoccupati dell’impopolarità che oggi marchia coloro che continuano a vivere secondo l’insegnamento di Cristo.

Eppure, in questa situazione che si può legittimamente definire “critica”, non bisogna farsi prendere dallo sconforto, bensì è importante – come insegna la Scrittura – essere «sempre pronti a render conto della speranza che è in voi» (1Pietro 3,15). Anche perché, sottolineava l’arcivescovo proseguendo il suo discorso, non è la prima volta che la storia della Chiesa – che «non è una cosa continua: muore e risorge» – conosce momenti problematici, per motivi diversi e contingenti: questo è accaduto all’epoca della caduta di Roma, poi attorno all’anno 1000 e quindi nel 1500, con il dilagare del protestantesimo.

Nel tempo presente ci troviamo dunque ad affrontare la quarta “morte”, apparente, della Chiesa e questa volta, secondo Sheen, il nemico da combattere è lo spirito del mondo. Servono oggi cattolici che sappiano stare nel mondo pur senza conformarsi ad esso e che siano pronti a sopportare persecuzioni e prove a motivo della fedeltà a Nostro Signore.

Viviamo un tempo privilegiato, ha quindi sottolineato l’arcivescovo: «Ringrazio Dio […] di poter vivere in questi giorni, perché questi sono giorni di test». Fino alla metà del Novecento, infatti, «l’atmosfera era cristiana; la morale era cristiana; non c’era alcun grosso problema nell’adattarsi a una società cristiana» mentre ora occorre resistere alla mondanità e, nel contempo, prepararsi a sopportare le dure prove che probabilmente prenderanno forma nel prossimo periodo. «Nostro Signore – proseguiva Sheen – ha detto che Satana ti setaccia come il grano. E oggi siamo setacciati come grano. Quindi possiamo tutti ringraziare Dio che viviamo in questi giorni. Davvero, è bellissimo. Ora possiamo dire “sì” o “no” e possiamo sopportare l’assalto, la critica e il ridicolo, perché questo è il destino del cristiano nei giorni dello spirito del mondo».

Per affrontare tutto alla luce di Cristo, conclude quindi l’arcivescovo dando un consiglio pratico ai fedeli, è necessario impugnare la spada e combattere per quello in cui si crede, aggrappandosi al Signore per raggiungere una pace interiore che diventerà poi seme per l’intera società e contribuirà a una collettiva rinascita morale e spirituale, nel segno della Croce.

«Il Signore ha portato una spada», indica Sheen. «Non è la spada che viene spinta verso l’esterno contro il nemico. È una spada che è spinta contro noi stessi, tagliando i sette becchini dell’anima: orgoglio e avidità, lussuria e rabbia, invidia, ingordigia e indolenza. E noi abbiamo rinunciato alla spada – qualcun altro l’ha presa e noi dobbiamo riprenderla! Allora otterremo la pace! E la pace non è mai aziendale – non è mai sociale – prima di tutto è individuale».

Una lettura del mondo attuale e del modo di starci di fronte, questa formulata da Sheen, che trova eco nella “opzione benedetto” formulata nel successo editoriale dell’intellettuale statunitense Rod Dreher, il quale – in un articolo pubblicato su Il Timone di aprile, n. 172 – rilevava che «l’energia vitale dell’Europa è stata esaurita» e che l’unica via possibile, in questa società oramai post-cristiana, è quella di «incoraggiare i cristiani ordinari a pensare come i benedettini del VI secolo e, cosi facendo, a divenire quelle “minoranze creative” che Benedetto XVI ci ha chiesto di essere».


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