SANTA PASQUA
Marco Aurelio e i cristiani
31 Gennaio 2014 - 06:00
Esaltato dalla tradizione pagana l'imperatore Marco Aurelio fu visto senza ostilità dai cristiani. Aprì una nuova fase nei rapporti tra Chiesa e impero.
In contrasto con le nostalgie giudaizzanti e antiromane del Montanismo, queste apologie riaffermavano il tradizionale lealismo dei Cristiani: in particolare, in contrasto con la condanna montanista del servizio militare, Apollinare, nell'unico frammento conservato da Eusebio, ricordava i Cristiani che militavano nella XII Legione Fulminata ed attribuiva alle loro preghiere il recente (del 174 d.C) "miracolo della pioggia",avvenuto durante la guerra con i Quadi e immortalato dalla colonna Antonina.
Ancora più importante è la presa di posizione degli Apologisti a favore di due Problemi politici che stavano a cuore a Marco Aurelio: la successione dinastica (l'imperatore voleva assicurare l'impero al figlio Commodo, in contrasto con l'ideologia senatoria della "scelta del migliore", perseguita nel II secolo dagli imperatori adottivi) e la ripresa della guerra contro i barbari, che avevano ricominciato a premere contro i confini dell’impero e della stessa Italia. L'augurio espresso da Atenagora, nel cap. 37 della sua Apologia, dell’ingrandimento dell’impero e della sottomissione dei barbari corrisponde infatti ai progetti di conquista e di costituzione di nuove province formulato da Marco Aurelio nel 175 e osteggiati da una parte del senato. Le apologie del 176 e del 177 di appellavano dunque non solo alla giustizia dell'imperatore, ma anche alla sua sensibilità politica, prospettandogli i vantaggi che sarebbero venuti all'impero e alla dinastia dall'adesione legale della forte minoranza cristiana alla sua politica.
A queste caute offerte la risposta venne, nel 178, dal portavoce di Marco Aurelio, Celso: egli risponde alle dichiarazioni di lealismo politico rinfacciando ai Cristiani la mancanza di solidarietà con l'impero nel momento del comune pericolo, l'astensione dalle cariche pubbliche e dal servizio militare, l'abbandono dell'imperatore nella letta contro i barbari e, soprattutto, la clandestinità; egli appare però ben consapevole del fatto che i Cristiani sono ormai numerosi e che il loro appoggio può essere, molto importante per l'impero. Mal dissimulata dalla violenta polemica dottrinale, Celso formula, per la prima volta, forse a nome dello stesso Marco Aurelio, una cauta proposta di pace: i Cristiani traducano il loro lealismo in una collaborazione attiva, sul piano politico e militare, escano dalla clandestinità e l'imperatore – lascia intendere Celso - sarà disposto alla tolleranza. Perché se l'impero cadesse nelle mani dei barbari sarebbe grave per i pagani come per i Cristiani.
L'opportunità di un "concordato" che regolasse la coesistenza tra la Chiesa e l'impero sembra chiaramente avvertita: fedele alla vecchia mentalità romana secondo cui ubicumque multitudo esset ci doveva essere anche un legitimum rectorem multitudinis (Liv. XXXIX, 15, 11), Marco Aurelio sentiva un pericolo non nell'organizzazione gerarchica della Chiesa, ma nella sua clandestinità. È proprio questa esigenza di indurre i Cristiani ad uscire da una clandestinità che non avevano cercato, e a partecipare alla vita dello Stato, a garantire l'autenticità di una posizione che Tertulliano attribuisce a Marco Aurelio (Apol.V,6), proclamandolo protector Christianorum: con questo provvedimento l’imperatore non aboliva il delitto di Cristianesimo che restava superstitio illecita, ma comminava la pena di morte per gli accusatori dei Cristiani. Tale provvedimento, che è stato a torto ritenuto un’invenzione apologetica e che appare invece confermato dal processo del senatore cristiano Apollonio avvenuto a Roma subito dopo Marco Aurelio, nel 183/185, e finito con le condanne sie del martire che del suo accusatore, si inquadra assai bene della tendenza di Marco Aurelio e dei suoi successori ad estendere il campo della ricerca d’ufficio riducendo invece quello dell’accusa privata, e scoraggiando in particolare, con pene severe, le delazioni da cui poteva avvantaggiarsi il fisco.
Marco Aurelio apriva così una pagina nuova nei rapporti tra la Chiesa (che sotto Comodo cominciò ad uscire dalla clandestinità, rivendicando la proprietà dei luoghi di culto, di riunione e di sepoltura) e l’impero. La condanna dell’accusatore di Apollonio poneva fine all’immorale situazione denunciata da Giustino (II Apol. 1sgg) in base alla quale un odio privato e un interesse personale, tradotti in una regolare denunzia di cristianesimo, erano sufficienti per trascinare davanti ad un tribunale, per una condanna capitale, un onesto cittadino: negli anni dopo Marco Aurelio e sotto i Severi, i Cristiani nell’esercito e in Senato divennero più numerosi, come ammette lo stesso Tertulliano. L’integrazione dei Cristiani nell’impero era cominciata.
GLOSSARIO
Marco Aurelio (121-180) Imperatore romano. Adottato da Antonio Pio, di cui sposò la figlia Faustina e al quale succedette nel 161.
Commodo (161-192) Imperatore romano. Figlio di Marco Aurelio, gli succedette nel 180. Fu ucciso da un gladiatore.
Apollinare (II secolo) Vescovo di Gerapoli, autorevole avversario del Montanismo, scrisse diverse opere, tra le quali un'apologia indirizzata a Marco Aurelio.
Giustino (inizio II secolo - 165) Santo, martire e apologeta cristiano. Nato da famiglia pagana, si convertì al cattolicesimo: Autore di due celebri Apologie e del Dialogo con l'ebreo Trifone.
Melitone (morto prima del 190) Vescovo di Sardi, autore di una apologia in difesa della filosofia, ossia forma di vita, cristiana, indirizzata a Marco Aurelio.
Atenagora Filosofo ateniese, apologeta vissuto nel II secolo, indirizza una Supplica agli imperatori Marco Aurelio e Commodo.
Apollonio (morto nel 185 ca.9) Senatore romano, noto per la sua scienza e filosofia. Denunciato da un individuo, fu tradotto innanzi al prefetto Perennio, che l'invitò a giusitificarsi dinanzi al Senato. Apollinare difese brillantemente la sua fede. Ma il Senato lo condannò a morte.
BIBLIOGRAFIA
I. Ramelli, Protector Christianorum, in Aevum, 2002, LXXVI, p. 101-112.
IL TIMONE N. 21 - ANNO IV - Settembre/Ottobre 2002 - pag. 24 - 25








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