SANTA PASQUA
Tommaso Moro
31 Gennaio 2014 - 06:01
Fu uno dei massimi esempi dell'Umanesimo cristiano, coniugò fede e cultura, attività politica e vita famigliare. Fu condannato a morte per non aver voluto avallare il divorzio e lo scisma di Enrico VIII.
Thomas More è stato uno dei massimi esempi dell'Umanesimo cristiano, un uomo nel quale trovarono convergenza ed equilibrio la fede e la cultura, l'attività politica e la vita famigliare, le capacità pratiche e la coerenza evangelica sino al supremo sacrificio di sé. Dunque, è in una fede solida e in un'altrettanto solida spiritualità che bisogna andare a cercare le ragioni profonde delle scelte operate da More e pure l'ispirazione più autentica delle sue opere. Anche la ben nota Utopia non sfugge a questa regola; e se è interessante leggere questo celebre scritto in chiave di polemica politica, non si deve dimenticare che, come ha affermato J. H. Hexter, Moro, «da buon cristiano, aveva la salda convinzione che le radici del male affondano troppo nella natura umana perché si possa annullarle con una semplice trasformazione dell'organizzazione economica della società. [...] Le sue analisi giungono alla conclusione che le radici dei mali dell'Europa del sedicesimo secolo si nutrono di un terreno fertile, qual è una società avida di guadagno, ma soprattutto ricevono linfa e alimento dall'inesauribile torrente del peccato».
Nell'Utopia sono contenute importanti riflessioni sulla tolleranza religiosa, sull'educazione dei giovani, sull'uso della proprietà, sulla produzione dei beni, sull'organizzazione del lavoro, sulla pace; tuttavia non si comprenderebbe a fondo il significato più autentico del capolavoro moreano se perdessimo di vista il forte spirito cristiano che lo pervade.
More scrisse anche alcune significative opere contro Lutero e la Riforma protestante, nelle quali difese con forza i dogmi e la tradizione della Chiesa cattolica. Da questi scritti emerge la figura di un grande polemista e apologeta cattolico, che riafferma la retta concezione dei rapporti tra libertà e grazia, che ribadisce la validità dei sette Sacramenti, che sostiene il valore delle opere in unione con la fede, che sottolinea con forza e convinzione la grande importanza del culto della Beata Vergine Maria e dei santi. More è un fedelissimo figlio della Chiesa e soltanto a essa riconosce l'autorità di interpretare la Sacra Scrittura. E proprio per rimanere fedele alla «sua» Chiesa, More fu pronto a morire: piuttosto che piegarsi di fronte allo scisma e all'arroganza del re, che voleva schiacciare la Chiesa stessa, egli accettò serenamente la morte, dopo aver eroicamente considerato propizia al raccoglimento la detenzione inflittagli dal re. Non casualmente, prigioniero nella Torre di Londra, More lavora a un toccante e intenso Dialogo del conforto contro le tribolazioni e a un'accorata Esposizione della Passione del Signore, e alla devota figlia Margherita che lo va a visitare confida: «Credo, Meg, che coloro che mi hanno messo in questo posto pensino di avermi causato un grosso dispiacere, ma in fede mia ti assicuro, mia buona e cara figlia, che se non fosse stato per mia moglie e per voi miei cari ragazzi (di cui sento la forte responsabilità), non avrei esitato a rinchiudermi già da molto tempo in una camera altrettanto stretta, anzi forse ancora più stretta».
RICORDA
(Platone, Apologia di Socrate, 32 c-d; 39 a-b).
BIBLIOGRAFIA
Tommaso Moro, Nell'orto degli ulivi, a cura di Marialisa Bertagnoni, Ares 1985 (Il ed).
Louis Bouyer, Tommaso Moro. Umanista e martire, Jaca Book 1985.
Sulle ultime battute della vita di Tommaso Moro segnaliamo un bel testo teatrale in inglese di Robert Bolt, A Man for all Seasons, la Scuola 1970 e un film commovente del regista Fred Zinnemann, dal titolo Un uomo per tutte le stagioni, Gran Bretagna 1966.
IL TIMONE – N.39 - ANNO VII - Gennaio 2005 pag. 30 – 31








Facebook
Twitter
Instagram
Youtube
Telegram