Lunedì 20 Aprile 2026

Russia 1917: 'prima parte' della rivoluzione

 

 

 

Nel febbraio 1917 una rivoluzione non prevista si sbarazza dello zarismo in soli sei giorni. E così prepara la strada al colpo di Stato bolscevico dell’ottobre, che introduce la Russia nel sistema totalitario che minaccerà il mondo intero fino al 1989.

 

 

La “grande rivoluzione proletaria” in Russia, o meglio l’Ottobre – come veniva definito per antonomasia – è una formula verbale consacrata dalla storiografia, che non corrisponde all’andamento reale dei fatti; è più che altro il frutto di un’attenta operazione di propaganda fatta a posteriori. Si potrebbero mettere in discussione sia il termine “rivoluzione” (perché in realtà fu un putsch), sia il termine “proletaria” (perché il putschfu gestito da un’élite rivoluzionaria che aveva scarsi contatti con la base), e persino il termine “Ottobre”, perché sa-rebbe più corretto dire che la vera rivoluzione avvenne in febbraio, anzi, addirittura che il 1917 incominciò nel 1905, il primo anno rivoluzionario.



1905: il primo anno rivoluzionario

 

All’inizio del XX secolo la Russia era un paese che si stava rapidamente allineando all’Europa, con una cultura d’avanguardia, un’industria che progrediva a passi da gigante, dei problemi sociali che non si distaccavano di molto da quelli degli altri paesi. In compenso c’era, però, una grave arretratezza politica del regime monarchico assoluto e della società civile. Nel 1905 questi nodi erano venuti al pettine, e (contemporaneamente alle sconfitte militari nella guerra contro il Giappone) si era creato un movimento di protesta trasversale che coinvolgeva operai, contadini, l’intelligencija, la borghesia, e che puntava alla richiesta di un’Assemblea Costituente. La resistenza dello zar ad ogni cambiamento, il discredito gettato su di lui dal legame con personaggi equivoci (il cui simbolo sarà poi Rasputin), e soprattutto incidenti sanguinosi come la «domenica di sangue» (il 22 gennaio, quando la guarnigione di Pietroburgo ebbe l’ordine di sparare sulla folla pacifica dei dimostranti) avevano tolto la speranza di poter riformare la monarchia, e soprattutto avevano distrutto agli occhi del popolo la figura sacrale «dello zar padre» della nazione. Lo sciopero generale, le rivolte nell’esercito e nella marina (la fortezza di Kronštadt, la squadra navale del Mar Nero), la nascita spontanea del primo Soviet degli operai e dei soldati a San Pietroburgo, dimostrarono che tutto il paese chiedeva dei cambiamenti e che tutti ritenevano la monarchia unica responsabile di tanto sfacelo.
Di fronte a questa crisi violenta il potere costituito ed i vari gruppi politici entrarono in crisi. Messo alle strette dalle circostanze, Nicola II, col Manifesto di ottobre, promise una Duma (un Parlamento eletto dai cittadini), i diritti civili e politici; ma poi la sciolse a più riprese, perdendo ogni legittimazione morale e religiosa, mostrandosi incapace sia di conservare l’assolutismo, sia di promuovere un reale progresso.
Ma la rivoluzione di quei giorni mise in luce anche la crisi dei liberali, appena costituitisi in partito (Costituzional Democratico): erano stati loro a dettare il programma dell’opposizione, ma dopo essersi fatti promotori della Duma finirono per trovarsi fra le mani un guscio vuoto totalmente inutilizzabile, e ne furono delegittimati nel loro ruolo rivoluzionario.
La rivoluzione del 1905 ebbe dunque un suo ruolo fondamentale nel minare la vecchia struttura del potere e nel mettere in evidenza il vuoto esistente in Russia, un vuoto dietro al quale si intravedeva una profonda crisi culturale, il distacco dai valori tradizionali legati all’ortodossia e l’assenza di alternative.
L’esito di questi rivolgimenti e di queste crisi fu un senso di apocalisse imminente; nel paese si rincorrevano le profezie di rivoluzione, intesa come un bagno di sangue catartico. Dilagavano i movimenti magico-misticheggianti e utopico-sociali; i membri di una setta, ad esempio, invitavano a gettarsi nel “tino russo” della rivolta popolare, per dissolversi nella massa ribollente.
Fu in questo vuoto e in questo crollo di legittimità, teorizzato come un progresso dagli intellettuali di sinistra, che si inserì la prima guerra mondiale. In un primo momento lo slancio patriottico fece sì che le agitazioni popolari, le dimostrazioni, gli scioperi si placassero; a lungo andare, però, la mancanza di autorità e di ideali certi tornò a travolgere la fragile coesione nazionale. L’evidente impreparazione dell’esercito, l’incompetenza dei comandanti, le sconfitte al fronte, l’inflazione galoppante e la penuria alimentare nelle città provocarono un crescendo di ammutinamenti, diserzioni e disordini, soprattutto verso la fine del 1916. Sulla stampa ogni giorno si denunciavano complotti; la povertà aveva toccato anche le classi medie; incominciò a prevalere il rancore, tanto che nel febbraio 1917 finì per partecipare al movimento rivoluzionario anche chi nel 1905 era stato a guardare. Poiché davanti alle difficoltà e alle disfunzioni della sfera pubblica le autorità latitavano e il disordine cresceva, iniziarono dalla base dei tentativi di autogoverno: era una situazione già pienamente rivoluzionaria ma nessuno se ne rendeva conto, né i protagonisti, né le autorità, né le sinistre. La guerra, in sostanza, aveva avuto l’effetto di sbloccare la situazione di stallo e di farla precipitare.



Solo sei giorni per abbattere lo zar


Ripresero così, in un drammatico crescendo, gli scioperi e le manifestazioni di piazza. A San Pietroburgo gli incidenti scoppiarono in maniera spontanea il 23 febbraio 1917, cogliendo tutti impreparati.
La cosiddetta “rivoluzione di febbraio” durò solo sei giorni, ma bastarono a rovesciare lo zarismo (Nicola II abdicò il 2 marzo). Il popolo lasciato a se stesso, senza nessuno che lo guidasse, vinse con facilità. Il regime non aveva più la forza né l’autorità per difendersi, inoltre interi reggimenti passarono dalla parte degli insorti. Rassicurati dall’impunità e riforniti con le armi dei soldati, gli operai aprirono le carceri. In questo movimento istintivo di grandi masse si mescolavano idee razionali, utopiche e mistiche. Fu solo a questo punto che tra i dimostranti incominciarono ad apparire le bandiere rosse e gli oratori politici. Il 27 febbraio il potere monarchico si era già dissolto e la ribellione si estese a tutto il paese. La monarchia cadde senza opporre resistenza mentre i politici ancora discutevano su come riformarla: non solo il partito Costituzional Democratico, ma neanche i gruppi armati della sinistra si aspettavano qualcosa del genere. Anche se la situazione del paese era spaventosa, nessuno immaginava che si stesse preparando la rivoluzione, tant’è vero che un membro del Comitato bolscevico nella capitale, la sera del 26 febbraio, aveva detto che la rivoluzione stava per essere liquidata, e il menscevico Nikolaj Suchanov scriverà: «Nessun par-tito era pronto al grande cambiamento. Tutti riflettevano, facevano previsioni… La rivoluzione? Era troppo inverosimile. Tutti sapevano che era soltanto un sogno». Lenin stesso, che si trovava ancora a Zurigo, inizialmente era sicuro che il centro della rivoluzione mondiale fosse sempre la Svizzera. E si affrettò a lasciare l’esilio solo il 27 marzo, quando gli divenne chiaro che la rivoluzione era ormai un fatto reale.
Tra il 27 e il 28 febbraio rinacque il Soviet di Pietrogrado (il nuovo nome di Pietroburgo), e poche ore dopo venne formato il Comitato Provvisorio della Duma: si inaugurò così il periodo del “doppio centro di potere” che non fece che aumentare il caos, rendendo contraddittoria e inefficace qualsiasi decisione politica. All’interno del Soviet i  bolscevichi erano così pochi che non riuscirono neppure ad organizzarsi in frazione: a dispetto della mitologia che vuole i bolscevichi alla testa di ogni momento del processo rivoluzionario, la frazione bolscevica sarà invece costantemente minoritaria in tutta la storia della rivoluzione russa (persino dopo la presa del potere nell’ottobre del 1917).
Del resto, anche gli altri partiti d’opposizione erano totalmente privi di un programma, e pur avendo la folla dalla loro non ebbero il coraggio di proclamare altro che un timido Comitato Provvisorio, che si supponeva dover preparare l’assetto futuro del paese, ma intanto invocava (non si sa da chi) la convocazione di un’Assemblea Costituente e rimandava a un futuro imprecisato qualsiasi decisione di governo. In quei giorni la Russia ebbe davanti a sé la possibilità di scegliere radicalmente per la democrazia ma nessuno si assunse la responsabilità di farlo. Una simile possibilità non si sarebbe ripresentata.



Il ritorno di Lenin

 

In aprile giunse in Russia Lenin e incominciò a tessere le sue trame per egemonizzare il movimento, togliendo l’iniziativa alla massa popolare per darla in mano ai rivoluzionari di professione. La cosiddetta «rivoluzione di febbraio» non fu dunque la vittoria di una qualsiasi forza d’opposizione, ma solo il trionfo del nulla; fu la sconfitta di tutti: dello zarismo, dei liberali, dei partiti rivoluzionari non bolscevichi. Fra l’aprile e l’ottobre 1917 il Governo Provvisorio avrebbe mostrato, secondo l’acuta diagnosi di un intellettuale cristiano, Semen Frank: «la debolezza di un nichilismo delicato e sensibile alla complessità della vita» che si scopre impotente di fronte al nichilismo leniniano, «immediato, perfettamente cieco e perciò scatenato».






Bibliografia

 

Martin Malia, La rivoluzione russa e i suoi sviluppi, il Mulino, 1984.
Hélène Carrère d’Encausse, Lenin, Corbaccio, 2000. 





IL TIMONE - N.60 - ANNO IX - Febbraio 2007 pag. 20-22

 

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