LA PAROLA DEL GIORNO
Chiesa
Papa Leone XIV: «Guai a quanti manipolano il nome di Dio per il proprio tornaconto militare»
Duro e significativo monito, ieri da parte del pontefice, nel suo discorso tenuto alla comunità di Bamenda, in Camerun
17 Aprile 2026 - 00:10
(Ansa)
«Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio tornaconto militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nella sporcizia». Sono senza dubbio parole forti, quelle scandite ieri da Papa Leone XIV incontrando, al suo secondo giorno in Camerun, la comunità di Bamenda, nel nord-ovest del Paese, luogo stravolto dalla violenza tra separatisti anglofoni e forze del governo centrale. Il pontefice ha formulato questo monito certamente per rendere meglio chiara la distinzione tra falsi ed autentici operatori di pace, ma è difficile non inquadrarle in un contesto più ampio.
Per quanto, infatti, la gran parte del resto dell’intervento papale di ieri sia stata chiaramente rivolta alla comunità di Bamenda – vittima d’una crisi dimenticata dal mondo e che, in circa dieci anni, ha prodotto migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati -, il richiamo di Prevost a quanti «manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio tornaconto militare, economico o politico» fa immediatamente pensare ad una immagine ben chiara. Il riferimento, qui, è alla scena della preghiera nella Sala Ovale. In quell’occasione, come ricordava ieri nel suo articolo l’ottimo Roberto Vivaldelli, alcuni pastori evangelici, con le mani appoggiate sul presidente Trump, invocarono esplicitamente la benedizione divina per la vittoria degli Stati Uniti in una guerra totale contro l’Iran.
Ora, se a ciò si aggiunge che quell’evento fu organizzato da Paula White Cain - storica figura del movimento cristiano conservatore pro-Trump, sostenitrice della teologia della prosperità e d’una lettura apocalittica della politica estera -, beh il collegamento con le parole di ieri di Papa Leone XIV viene davvero spontaneo. E spontaneo viene pure ripensare – a riprova che il tema gli sta davvero a cuore – a quanto il Santo Padre aveva detto la Domenica delle Palme citando il profeta Isaia (1,15): «Gesù non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge, dicendo: “Anche se molte preghiere fate, io non vi ascolterò, perché le vostre mani sono piene di sangue”». Al tempo stesso, appare riduttivo e forzato leggere le parole di Leone XIV alla comunità di Bamenda come parte di un continuo botta e risposta con Trump.
Infatti la riflessione sul fatto che non si possano conciliare non tanto Dio e la guerra, ma Dio e la violenza in generale, appartiene da molto tempo alla riflessione della Chiesa. E qui il pensiero corre al 12 settembre 2006, quando – parlando nell’aula Magna dell’Università di Regensburg – Papa Benedetto XVI, rifacendosi ad un discorso dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, evidenziò come «l'imperatore [...] spiega minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima». Che questo contrasto esista, del resto, è suffragato non solo dalla riflessione teologica, ma anche dalla ricerca storica e sociologica.
In effetti, tornando al più generale tema dei conflitti armati, come ho potuto approfondire io stesso in un mio libro, le guerre di religione propriamente dette – quelle, cioè, iniziate e portate avanti davvero per motivi religiosi -, ecco, queste guerre rappresentano una minoranza assai esigua, se non infinitesimale. Ciò nonostante esiste una nota espressione, «guerre di religione», che nelle intenzioni di chi la fa propria fa passare proprio i conflitti religiosi come i più feroci e sanguinari. Peccato si tratti d'una bufala. Ben diverso, invece, è il caso di quanti «manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio tornaconto militare, economico o politico»; costoro, infatti, non sono affatto pochi. Per questo il monito di ieri di Papa Leone XIV merita d'esser meditato affinché si possa capire la delicatezza e l’urgenza di trovare, ma anche essere, autentici operatori di pace.










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