Lunedì 20 Aprile 2026

Culle vuote

La paura di avere figli: il vero volto della denatalità

Tra crisi economica e cambiamenti sociali, il calo delle nascite impone una riflessione che superi la semplice lettura economica o materiale

La paura di avere figli: il vero volto della denatalità

(Imagoeconomica)

«Perché in Italia non nascono più bambini?»: la domanda – obbligata – nasce dalla lettura dei dati statistici che il prestigioso Istituto Nazionale annualmente diffonde suggerendo preoccupanti ripercussioni a medio-breve termine. Per rispondere – epistemologia docet! – si interroga, ovviamente, la scienza demografica sebbene sarebbe il caso di farsi aiutare da altre discipline che, per paura della confusione fra campi scientifici, non si prendono in considerazione: in questo modo, però, non si ha risposta ad un interrogativo che vorrebbe la ricerca di motivazioni più profonde ben oltre la semplice demografia.

Il dato, si sa, è allarmante: le conseguenze del fatto che non nascano più bambini nel Belpaese saranno, tra qualche anno, devastanti e, di questo, l’Istituto di previdenza nazionale ne è ben consapevole: ci si chiede, infatti, chi pagherà le pensioni di domani a chi oggi porta avanti la nazione con il proprio lavoro. E fa un po’ sorridere, seppur in modo amaro che, mentre si conino nuove sigle per dire di coppie che sono senza figli pur avendo entrambi uno stipendio (DINK: Double Income, No Kids – doppio reddito, nessun figlio) non si riesca ad avere il coraggio di chiamare per nome la motivazione che è alla base della denatalità italiana. La parola tanto temuta è egoismo perché, per generare, bisogna avere in animo una buona e solida quantità di altruismo, una capacità di generosità che supera ogni umana immaginazione.

I giovani, purtroppo, pur avendo le carte (biologiche) in regola per fare figli e farli presto (in età fertile) si guardano bene dal mettere al mondo bambini che, per propria indole sono tendenzialmente accentratori: i piccoli vogliono attenzione, tempo, hanno bisogno di cura sin dalla gestazione e faticano ad accettare la possibilità che si dedichi loro solo parte delle proprie energie fisiche o spirituali che siano. Questa cosa mi torna in mente ogni volta che sono in compagnia della mia nipotina: a lei dedico sempre del “tempo determinato”, sia perché viviamo in città diverse, sia perché gli impegni (miei e suoi) non permettono di stare insieme ininterrottamente. Chi, invece, ci sta sempre insieme sono i genitori. A me piace giocarci, trovare risposte ai suoi perché e cercare di colmare la sua sorprendente curiosità; ma so, anche senza rendermene conto, che il mio tempo ha un termine, mentre un figlio è – come per il famoso slogan di De Beers – per sempre, sebbene valga molto più di un diamante.

Fa paura, infatti, caricarsi di una vita – che tra l’altro non si è scelta – per prendersene cura diuturnamente: i figli sono quelli che sono senza possibilità di deciderne carattere, desideri, ambizioni. Per fare figli ci vuole, quindi, generosità; e siccome ogni virtù tira a sé le altre sue “sorelle”, seguono la dedizione, il coraggio, la fiducia… e chi si vuol sbizzarrire sappia che l’elenco è solo all’inizio. I dati Istat sulla natalità del 2026 (riferiti, ovviamente, al 2025) tratteggiano un quadro assai deprimente. E lo sconforto aumenta quando, leggendoli in parallelo con altri dati statistici, ci si rende conto che alla diminuzione delle nascite è accompagnato un aumento degli aborti, un maggior ricorso alle pratiche di fecondazione artificiale e, paradosso dei paradossi, una maggiore disponibilità all’accoglienza in casa di animali domestici di media-grossa taglia: tutte cose, queste, che richiedono agiatezza finanziaria; si spende tanto (e questo significa che si è ricchi) pur essendo poveri in termini di umanità (intesa come capacità di generare).

Ecco, allora, che seppur il problema epistemologicamente deve essere analizzato dalla demografia, non si può fare a meno di rammentare che l’essere umano è anche un essere spirituale che ha una dimensione metafisica che necessita di essere, in qualche modo, messa al centro. Mancando l’apertura alla vita, che permette di originare la relazione tra generanti e generati (genitori e figli) – che, poi, altro non è che immagine della relazione trinitaria – tutto il cosmo, che ha in sé l’imprinting divino, rischia di estinguersi. Se non si fanno figli, quindi, dipende anche dalla ricerca di una non necessaria prosperità finanziaria mentre la ricchezza imprescindibile alla generazione, ha un’altra origine, mancando la quale, l’animo umano, impoverito, non avrà la capacità di donarsi, di mettersi in gioco e scommettere sulla vita umana.

In conclusione, non si può pensare di risolvere e/o affrontare il problema della denatalità soltanto guardando ai dati demografici e agli aspetti sociologici: bisogna pur chiedersi perché si ha paura a mettere al mondo dei figli e, soprattutto, perché non si riesca a vincere questa paura. È necessario guardare all’essere umano come ad un et-et, anima e corpo, che deve essere formato e accompagnato anche da un punto di vista spirituale e non solo un fruitore di beni materiali. In fondo, è il buon senso che lo dice, le scelte fatte per paura – e tra queste c’è, indubbiamente, quella di non fare figli – sono e restano sempre scelte sbagliate le cui conseguenze negative non mancheranno di travolgerci col passare del tempo… sempre che di tempo ce ne sia ancora dato.

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