Sabato 04 Aprile 2026

Riflessioni sul Miracolo






Il miracolo è solo “opera divina”. Solo Dio lo può fare. La Chiesa, in particolare attraverso il Concilio Vaticano I, lo ha spiegato molto bene. Ragione e fede hanno un ruolo decisivo nel riconoscere il miracolo






L’argomento del miracolo mi pare così importante e sempre di attualità che mi sembra bene tornarvi su anche in questo articolo, benché questo periodico lo abbia affrontato altre volte, considerando la sua specifica finalità apologetica.
Naturalmente su di un tema così vasto e complesso ci sarebbero da dire moltissime cose, per le quali non c’è spazio in questo articolo. Mi limiterò ad alcune riflessioni che mi sembrano particolarmente urgenti ed utili nell’attuale frangente culturale, eliminando alcuni equivoci diffusi a volte anche tra i cattolici.

Il miracolo e il Concilio Vaticano I

Innanzitutto bisogna dire che resta sempre attuale e fondamentale l’insegnamento in merito del Concilio Vaticano I nella famosa costituzione dogmatica Dei Filius, dove il miracolo è presentato come opera divina (factum divinum), un fatto quindi spiegabile solo con l’«onnipotenza e l’infinita sapienza divine», un fatto empirico, non spirituale, quindi evidente a tutti, dato che l’esperienza sensibile è canone di verità anche per le persone meno istruite ed intelligenti, un fatto, pertanto, come si esprime il Concilio, «adatto all’intelligenza di tutti» (omnium intelligentiae accommodatum): constatare l’avvenuta conversione di un peccatore incallito può risultare non facile, ma chiunque invece può verificare con certezza la risurrezione di un morto, anche se è vero, come dirò poi, che per constatare un miracolo non basta l’esperienza sensibile, ma occorre un ragionamento teologico ed una profonda apertura alla verità.
Perché il miracolo non si spiega altro che con l’intervento divino? Perché si dice in tal senso che è un fatto “soprannaturale”? Perché in un modo o nell’altro il miracolo suppone una causa creatrice, un atto creativo che solo Dio e non certo la natura da sé può compiere, giacché, come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), in natura «nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma». Il miracolo, cioè, suppone un apporto di materia organica o inorganica che proviene dal nulla, cioè non è l’effetto di un precedente processo evolutivo o generativo della natura o delle leggi naturali, ma può essere solo l’effetto della potenza divina che proviene dal di sopra della natura e appunto crea la materia dal nulla.
Un miracolo come la moltiplicazione dei pani, come il dar la vista a un cieco, il risuscitare un morto, il guarire un malato terminale, suppone sia pur in modi diversi l’aggiunta al soggetto miracolato, o comunque in una situazione umanamente deficitaria, di un’opportuna quantità e qualità di materia che non può provenire da una materia preesistente in natura e che quindi non può provenire altro che dalla sapienza, dalla bontà e dall’onnipotenza di Dio creatore, causa prima e supremo ordinatore della natura. Indubbiamente l’accertamento del miracolo non è sempre facile, perché esistono anche falsi miracoli o anche fenomeni straordinari, come per esempio certe operazioni magiche o diaboliche o fatti parapsicologici, o anche semplicemente certe guarigioni straordinarie che non sono propriamente fatti soprannaturali, ma possono essere o fatti preternaturali – operazioni magiche o interventi del demonio – o fatti causati da cause tuttora ignote, come per esempio certe guarigioni che hanno del prodigioso, ma che però comportano già una casistica precedente conosciuta dagli esperti.

La prudenza della Chiesa
Per questo la Chiesa, soprattutto nei processi di beatificazione e canonizzazione, è molto esigente nel compiere la verifica di un supposto miracolo, per cui richiede molte condizioni per riconoscere la sua autenticità, condizioni che del resto sono dettate da normale prudenza e buon senso. Soprattutto la Chiesa prende in considerazione fatti di guarigione, che sono quelli più legati al modello evangelico e maggiormente mostrano la bontà e la misericordia divina, ma non si escludono miracoli di altro tipo, come per esempio una moltiplicazione del riso per i poveri, miracolo compiuto dal frate domenicano San Martino de Porres, nel secolo XVII.
Ovviamente il fatto dev’essere avvenuto perché si è pregata la persona della quale si desidera la beatificazione o la canonizzazione. Per quanto riguarda le condizioni della guarigione, essa dev’essere reale, istantanea, completa, duratura, constatata l’insufficienza di mezzi puramente naturali. Deve risultare chiaramente che è avvenuta per una causa superiore a quelle conosciute dalla scienza medica.
Perciò, in questa situazione, una parte essenziale spetta al medico curante, supposto onesto e competente, al quale va la responsabilità, dopo un accurato esame, di dichiarare – e questa è la prassi medica – se esiste o non esiste una “letteratura precedente” che attesti la realtà di altre guarigioni simili in condizioni simili. Al medico la Chiesa non chiede di più.
Se la detta letteratura non c’è, si apre lo spazio a un’ulteriore verifica da parte del teologo, per mandato dell’autorità ecclesiastica, a una considerazione di carattere ontologico- teologico, che applica il principio di causalità nella sua dimensione metafisica, cosa che evidentement e non è richiesta alla scienza medica, la quale si limita a considerare le cause dei fenomeni empirici e non quelle dell’essere, come a dire che la scienza sperimentale non ha competenza nel giudicare dell’esistenza o meno di un atto creativo, secondo il criterio al quale ho accennato sopra.
Questo giudizio definitivo circa la realtà o meno del miracolo, una volta che il medico non escluda che il fenomeno oltrepassi le conoscenze della scienza, spetta, come ho detto, al teologo con mandato ecclesiastico. Però si può dare che, anche senza impegnare la teologia, il giudizio possa essere dato anche dalla semplice intelligenza naturale, e qui torniamo all’insegnamento del Vaticano I, quando parla di facta divina intelligentiae omnium accommodata (opere divine adatte all’intelligenza di tutti).
Il cieco nato guarito da Gesù nel racconto del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni capisce col suo buon senso applicando correttamente il principio di causalità, anche senza aver studiato la Metafisica di Aristotele, che Gesù non poteva essere un “peccatore” se gli aveva fatto un beneficio così grande. Infatti, in base a quel principio, che è uno dei fondamentali princìpi della ragione, tutti comprendiamo, se non siamo viziati da pregiudizi o malevolenza, che la causa dev’essere proporzionata all’effetto: se un effetto è naturale, la causa sarà naturale, ma se l’effetto supera le forze della natura, ragione vuole che la causa sia soprannaturale ossia divina.  

Fede e ragione di fronte al miracolo
Altro punto importante circa la questione del miracolo, punto dove persistono ostinati pregiudizi irrazionalistici e fideistici anche in campo cattolico, è la questione della funzione della ragione e della fede nella questione del discernimento del miracolo e del concetto stesso di miracolo.
Il Vaticano I dice che i miracoli sono «prove» (argumenta) e «segni» (signa) «certissimi» della «rivelazione divina », che servono a rendere l’«ossequio della nostra fede» alla verità divina «consentaneo o proporzionato (consentaneum) alla nostra ragione »: prove, s’intende, che non hanno certo lo scopo di dimostrare la verità dei misteri rivelati, ma semplicemente del fatto storico della Rivelazione, niente di più ma anche niente di meno. Dimostrare razionalmente la verità del dato rivelato, come ha fatto Hegel, è pretesa assurda per la quale la mente umana pretende di pareggiarsi alla Mente divina. Ma rinunciare all’uso saggio e prudente della ragione nella questione del miracolo, per il timore che la ragione voglia sostituirsi alla fede o in base all’idea che per percepire il miracolo occorra la “fede” e non la ragione, è segno di stoltezza fideistica.
Occorre invece dire che per riconoscere il miracolo, come risulta implicitamente dall’insegnamento del Vaticano I, è necessaria e sufficiente la funzione della ragione la quale, constatando un certo fatto empirico, comprende in base al principio di causalità che la causa proporzionata non può essere che soprannaturale. Per questo Gesù stesso opera miracoli non solo quando il richiedente ha già la fede in Lui, ma anche e vorrei dire soprattutto per condurre chi ancora non crede alla fede in Lui, dandogli prove o garanzie di credibilità del suo messaggio e della sua persona, come per esempio nell’episodio del paralitico calato dal tetto nel suo lettuccio.
Se quindi Gesù in alcune circostanze non fa miracoli, non è, come alcuni erroneamente credono, perché esiga subito la fede senza che sia messo in opera il ragionamento, quasi che la richiesta del miracolo – vedi per esempio la questione del “segno di Giona” (Mt 12,39) – supponga una specie di attaccamento miope ai fatti empirici nell’incapacità di elevarsi alla realtà dello spirito, ma perché viene a trovarsi davanti a degli astanti che sono in malafede e chiusi alla verità.
Se vogliamo parlare di “fede” nei miracoli, possiamo usare correttamente questa espressione non per riferirci direttamente al miracolo, ma per voler dire che crediamo a un testimone credibile il quale ha visto direttamente un miracolo. Oggetto della fede, dunque, non sono i miracoli, ma è il messaggio di salvezza di Gesù, che viene accolto perché si crede in Lui come Figlio di Dio; ma appunto perché l’uomo creda in Lui come Figlio di Dio, che ha il potere di rimettere i peccati e di condurre alla vita eterna, Gesù compie questi segni sensibili della sua divina potenza, affinché l’uomo, pur illuminato dalla luce dello Spirito Santo, come insegna lo stesso Vaticano I, giunga in modo ragionevole e responsabile ad accogliere la verità rivelata, la quale benché in armonia con la ragione, la supera infinitamente, essendo espressione dell’assoluta Ragione divina.



















Dossier: MIRACOLI. DIO LI FA, IL DIAVOLO NO

IL TIMONE  N. 114 - ANNO XIV - Giugno 2012 - pag. 36 - 38

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