La Corte di Cassazione con una recente sentenza (n. 9216/2025) ha respinto il ricorso presentato dal Ministero dell'Interno contro la decisione della Corte d'Appello di Roma di disapplicare il decreto ministeriale del 31 gennaio 2019, con cui si eliminava la dicitura “genitore” per tornare ad utilizzare al suo posto quelle di 'padre' e 'madre' nei documenti dei figli. Secondo la Cassazione, l'indicazione “padre” e “madre” sarebbe “discriminatoria” verso le coppie omogenitoriali. Ne abbiamo parlato con Giancarlo Cerrelli, avvocato cassazionista e canonista, professore di Diritto di Famiglia, presso l’Istituto Italiano di Criminologia, ad Ordinamento Universitario, di Vibo Valentia.
Avvocato, cos’ha esattamente stabilito la Cassazione con la sentenza 9216/2025?
«La Cassazione con la sentenza 9216/2025 dell’8 aprile 2025 ha respinto il ricorso del Ministero dell’Interno, contro la decisione della Corte d’appello di Roma, di disapplicare il decreto ministeriale del 31 gennaio 2019 - voluto dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini - con il quale era stata sostituita la parola “genitori”, facendo tornare in auge la dicitura “padre” e “madre”, che era stata accantonata sin dal 2015. Praticamente per la Cassazione è risultato discriminatorio che le diciture previste dai modelli ministeriali ed imposte dal decreto in contestazione non fossero rappresentative di tutte le conformazioni dei nuclei familiari, pregiudicando, così, a parere della Corte, il diritto del minore di ottenere una carta d’identità rappresentativa della sua peculiare situazione familiare. È utile precisare che la giurisprudenza della Corte, qualche anno fa, aveva già riconosciuto, che una coppia omoaffettiva femminile, potesse accedere all’adozione in casi particolari ai sensi dell’articolo 44, comma 1, lett. d) della legge 184 del 1983; a tal proposito la Cassazione aveva considerato che questo tipo di adozione si prestasse a realizzare appieno il preminente interesse del minore anche alla luce di quanto stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 79/2022. La Cassazione ha, così, precisato che il tenore del decreto ministeriale che prevedeva che la parola “genitori” fosse sostituita dalle parole “madre” e “padre” sul verso del documento d’identità, non solo contrastasse con lo specifico contenuto della disposizione di legge che si riferisce ai genitori, come soggetti richiedenti il rilascio della carta d’identità e presenti assieme al minore durante il viaggio all’estero, ma astringeva anche il diritto di ciascun genitore di vedere riportata sulla carta d’identità del figlio minore, il proprio nome, in quanto consentiva un’indicazione appropriata solamente per una delle due madri e imponeva all’altra di vedere classificata la propria relazione di parentela secondo una modalità (“padre”) non consono al suo genere. In poche parole, ciò che ha deciso la Cassazione con la sentenza 9216/2025 è che sulla carta d’identità non potranno più essere inseriti i termini “padre” e madre”, ma dovrà essere usato il termine più inclusivo “genitore”».
In che senso «padre» e «madre» potrebbero essere «discriminatori»?
«Come ho già detto, per la Cassazione sono discriminatori i termini “padre” e “madre” perché non sarebbero rappresentativi di tutte le conformazioni dei nuclei familiari esistenti. Come è noto, giuridicamente non si parla più di famiglia, ma di famiglie e ciò a causa di alcune leggi, come quella sulle unioni civili e sulle convivenze, ma anche a causa di alcuni pronunciamenti delle Supreme Corti, che, in linea con le Corti europee, hanno propiziato la decostruzione del modello familiare, che per secoli è stato fondamento delle società occidentali e che era stato riconosciuto anche dalla nostra Costituzione».
La vera «discriminazione» non è quella che certa giurisprudenza pone in essere quando dimentica l’importanza della famiglia naturale?
«La famiglia come era prevista dalla nostra Costituzione all’art. 29, cioè come società naturale fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, è stata smontata da un processo giuridico che è iniziato dal ’68 del secolo scorso, che per mezzo di varie tappe ha disintegrato la famiglia naturale fondata sul matrimonio, per dare spazio, invece, a rapporti on demand che mirano a soddisfare i meri desideri individuali e non implicano dosi eccessive di responsabilità. Vi è però una conseguenza preoccupante in tutto ciò: non si fanno più figli e i figli che sono messi al mondo capita che siano spesso segnati da una mancanza di riferimenti familiari certi, con tutte le implicazioni drammatiche che giornalmente constatiamo. La sentenza della Cassazione di cui stiamo parlando si pone come ulteriore tappa del processo di decostruzione della famiglia; infatti, eliminando dalla carta d’identità i termini “padre” e “madre”, per non discriminare le persone gay, che pretendono di assumere il ruolo di genitore, si tende, invece, a discriminare le coppe eterosessuali, che sono più numerose e che non vogliono rinunciare a essere definiti “padre” e “madre”, anche sulla carta d’identità. Mi viene da pormi un punto di domanda: se discriminazione si ha quando due situazioni identiche sono trattate in modo differente, con buona pace di ciò che pensano le Corti, siamo certi che i termini padre e madre siano discriminatori, o non piuttosto sono termini che evidenziano il reale e rivelano la natura delle cose e per questo devono essere oscurati?».
In questa come in altre sentenze, secondo lei quanto influisce una certa concezione “evolutiva del diritto” e quando una più generale politicizzazione della magistratura?
«È emblematico e importante ciò che ha detto a tal proposito Alfredo Mantovano, qualche giorno fa, all’inaugurazione dell’anno giudiziario degli avvocati. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha parlato di una situazione grave e complessa nell’ambito della giustizia e della società e di uno sviamento della funzione giudiziaria, che deraglia dai propri confini e decide, insieme alle norme, le politiche sui temi più sensibili e chi quelle politiche deve applicare. Mantovano ritiene che sia uno sviluppo che attraversa tutte le giurisdizioni, a prescindere dalle appartenenze correntizie. Tale situazione si ripercuote, dagli anni ’60 del secolo scorso, anche all’ambito del diritto di famiglia; le Corti di giustizia, a colpi di pronunce costituzionalmente e convenzionalmente orientate hanno fatto in modo che i desideri, fossero riconosciuti come diritti, propiziando, in tal modo, la decostruzione del modello di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna». (Foto: Facebook/Imagoeconomica)
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