Istituzione umana e divina la Chiesa si appresta a eleggere il 267° successore di San Pietro. Sono 135 gli elettori, in larghissima maggioranza nominati da Francesco e molti provenienti dalle periferie: i nomi e le correnti in gioco
Sarà dal 28 aprile che le congregazioni generali, le riunioni dei cardinali che precedono l’ingresso in Cappella Sistina per il voto vero e proprio, cominceranno a entrare nel vivo con gli interventi che si orienteranno verso il profilo del successore di Francesco. In attesa dei funerali di papa Bergoglio, si è già avviata la macchina del conclave che porterà all’elezione del 267° successore di San Pietro, il prossimo Papa.
Sono 135 i votanti, di cui di cui 108 creati da Francesco, che sarebbero 109 considerando il cardinale sardo Angelo Becciu, già prefetto alle Cause dei Santi, che in una sera di settembre del 2020 si vide defenestrato nello spazio di un attimo dallo stesso Papa in un colloquio burrascoso. Per lui saranno i cardinali nelle congregazioni generali a sciogliere il nodo rimasto in sospeso sulla sua possibilità o meno di partecipare al voto.
Prima di addentrarci in alcune valutazioni ricordiamo il criterio corretto con cui guardare all’elezione del Romano Pontefice. L’ha suggerita l’allora cardinale Joseph Ratzinger: «Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata».
Quindi, sarò davvero un conclave delle sorprese? Si dice, ed è vero, che sia un collegio di elettori molto globalizzato con provenienza dalle periferie e con molti cardinali che non si conoscono nemmeno. Questo potrebbe effettivamente aprire a sorprese, ma ci sono altri elementi da tenere in conto.
Il primo è che, al di là dei numeri, è difficile che si possa riproporre immediatamente un candidato del Sud America, così come è difficile che possa essere premiato un candidato degli Stati Uniti, per ragioni più geopolitiche che non ecclesiali (difficile abbinare a una presidenza come quella di Donald Trump anche la massima autorità morale del pianeta). Altrettanto complesso è pensare sia davvero giunto il momento di un candidato africano, soprattutto perché la resistenza degli episcopati africani a certe «aperture» su temi di morale sessuale troverebbe porporati mitteleuropei disposti a fare muro. Inoltre, in generale, si ritiene che le chiese africane siano ancora piuttosto giovani. Per eleggere un porporato africano, quello in pole sarebbe il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, ci vorrebbe un andamento molto particolare delle votazioni con maggioranze che si sfaldano e si ricoagulano. Attenzione però alla figura del cardinale Cristobal Lopez Romero, spagnolo ma di stanza in Marocco, profilo assai gradito al fronte più liberal e nome che circola parecchio sotto traccia.
L’Asia ha come candidato fortissimo il cardinale Antonio Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, 67 anni. Un vero enfant prodige dell’episcopato mondiale, creato cardinale da papa Ratzinger e affine alla cosiddetta “Scuola di Bologna”; è in piena linea con le aperture di Francesco. Su di lui potrebbero confluire molti voti dal centro e dalle periferie.Alla fine l’Europa in questo momento ha i nomi più forti del conclave. Da una parte ci sono quelli più vicini alla mens di Francesco, ossia i cardinali Matteo Zuppi, capo della Cei, il cardinale Jean Marc Aveline, vescovo di Marsiglia, e il maltese alla guida della potente macchina sinodale Mario Grech. Più moderati ci sono i cardinali Peter Erdo, ungherese, Anders Arborelius, svedese, e il Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa. Su tutti, per il profilo di mediazione che rappresenta, non si può non indicare il Segretario di Stato Pietro Parolin.
Occorrono 92 voti per eleggere il Papa, fino alla 33esima votazione. Ciò significa che occorrono almeno 45-50 voti di blocco per evitare che i primi candidati di “bandiera” arrivino all’elezione. Chi sarà scelto come candidato di bandiera dalle due principali anime del collegio votante?
I numeri dicono che se la parte più liberal riuscirà ad essere coesa sarà difficile riuscire a trovare spazio per candidati più conservatori, ma se qualcosa andasse storto allora ci sarebbe spazio per candidati più unificanti. Nel primo scenario i nomi più forti sembrano essere quelli di Tagle e Zuppi, nel secondo il nome che metterebbe d’accordo tanti resta quello di Pietro Parolin. La terza ipotesi è quella delle sorprese.