La Casa nella prateria torna su Netflix e il woke trema
Annunciato il remake della serie televisiva più vista di tutti i tempi. In Francia Libération non resiste: «Un remake? Va bene, ma allora siate inclusivi, per favore»
È evidente che un’ombra incombe minacciosa su tutti noi: l’imminente ritorno del conservatorismo. Se poi ci si aggiungono i remake di cult decisamente tradizionalisti su Netflix, il mondo woke non può che insorgere.
Nel 1974 andò in onda per la prima volta La Casa nella prateria, incontrando subito il plauso del pubblico. Conquistando ben cinque miliardi di spettatori in tutto il mondo è presto diventata un cult assoluto. Il ciclo di romanzi Little House di Laura Ingalls Wilder ha trovato l’omonima versione televisiva nel telefilm prodotto dalla Nbc con nove stagioni. La trama gira intorno alle vicende degli Ingalls, numerosa famiglia tipicamente americana con padre contadino e figlie femmine. Ambientata tra il 1870 e il 1890 in un piccolo paese rurale del Minnesota, la serie contiene alcuni elementi western ma di base si concentra sulle vicende quotidiane della famiglia e dei suoi vicini di fattoria.
Il 29 gennaio il colosso streaming ha annunciato di avere tra le mani il reboot della serie. La nuova versione avrà alla guidaRebecca Sonnenshine (già nota per The Boys, The Vampire Diaries, Archive 81), come showrunner e produttrice esecutiva. Questa nuova Casa nella prateria, secondo Netflix, sarà «in parte un dramma familiare pieno di speranza, in parte un’epica storia di sopravvivenza e in parte la storia delle origini del West americano e offrirà una visione caleidoscopica delle lotte e dei trionfi di coloro che hanno insediato la frontiera».
Dalla Francia, sempre in prima fila quando le cose si fanno troppo poco inclusive - e oggi cosa c’è di meno inclusivo di una famiglia composta da papà e mamma? -, arriva una supplica alla produzione con l’articolo di Libération firmato da Sabrina Champenois: «Un remake? Ok, ma un remake inclusivo, per favore». Riferendo per filo e per segno come il diktat woke vorrebbe la nuova serie: «La chiesa non deve essere al centro del villaggio, tutti non devono essere bianchi, Marie dovrebbe sposare un nativo americano, la gentilezza non sia la prima virtù di una donna e il lavoro dei bambini nei campi non un’affascinante scena pastorale». Spiace per la Champenois, per ora parrebbe che non sia prevista la decostruzione totale della sceneggiatura. Avverte Netflix che l’obiettivo è quello di «reinventare la saga cult degli Ingalls mantenendo lo spirito familiare ottimista che l’ha resa un successo mondiale. […] Un progetto che sia al tempo stesso moderno e rispettoso dell’eredità della serie [...]».
In effetti, la “ricetta” della serie contiene tutti gli ingredienti possibili per provocare ogni tipo di allergia nel mondo progressista: un padre virile, coraggioso e buono, una madre devota e sensibile, figlie ben educate, coraggio, fede in Dio e tutta una serie di virtù intente a educare gli spettatori più giovani alla verità e alla giustizia. «Lavoro, famiglia, patria e chiesa», come tuonano da Libération: «Sotto l’apparenza innocua, la cronaca delle disgrazie e della felicità degli Ingalls trasmette un modello di famiglia e di società che è certamente di un altro secolo, ma che alcuni sperano possa ritornare in auge, come la tendenza delle “mogli trad” che potrebbe prendere Madre Caroline come totem», non sia mai.
L’annuncio della produzione ha poi messo in allarme anche chi oltreoceano ben conosce le manovre family friendly inclusive della piattaforma. La conduttrice Megyn Kelly, su X, ha scritto: «Se renderete woke La casa nella prateria farò sì che la mia unica missione sia quella di rovinare il vostro progetto» mentre molti appassionati della vecchia serie hanno scritto «non ha bisogno di alcun reboot» o «questa cosa mi fa infuriare. Ci faremo grosse risata su come cercheranno di renderlo woke. Mrs. Olsen finirà con l’essere trans».
Allora - visto che il mondo woke si conferma orbitare fuori dalla realtà - Netflix (che ha già fatto un flop con la serie su Alessandro Magno) dovrebbe guardarsi bene dall’adattare la serie «ai nostri tempi e ai gusti seriali di oggi», come auspica Wired.Da queste parti invece ci auguriamo un equilibrato ancoraggio alla realtà, ringrazia sia il pubblico che la produzione cinematografica. Lo sa bene casa Disney e altri grandi marchi americani tra cui McDonald’s, che a uno a uno stanno rinunciando al dogma woke. Che Netflix si accontenti di «lavoro, famiglia, patria e chiesa», che include molte più persone di quanto ci vogliano far credere. Con buona pace della France. (Fonte foto: Ansa)
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