Come dimostra anche il recente caso del bambino trovato morto a Bari, se le Culle per la Vita non vengono integrate nel Sistema Sanitario Nazionale restano esposte a gravissimi rischi di malfunzionamento e scarsa sicurezza per i bimbi se non proprio di commercio di bambini stessi, non essendo essi registrati all'anagrafe. È quanto sostiene Emiliano Zasa, docente, nella sua petizione avviata sulla piattaforma di Citizengo - e che ha già raccolto oltre 10.000 adesioni - in cui chiede al Parlamento una Legge quadro sulle Culle per la Vita e sul Parto in anonimato, che risponda a determinati requisiti. Ne abbiamo parlato col diretto interessato.
Lei ha proposto una legge sulle Culle Per la Vita e il Parto in anonimato. Perché è necessaria una legge?
«Il mio interesse per l’argomento nasce da un caso di cronaca, ovvero quello del piccolo Elia, il neonato lasciato nella Culla per la vita del Policlinico di Milano, che mi ha toccato profondamento. Ma venendo alla legge…io credo che sia necessaria perché il sistema delle culle per la vita non è normato né riconosciuto, è un sistema che esiste sin dai primi anni ’90, ma non essendoci nulla che stabilisca in modo inequivocabile cosa sia una culla per la vita, chiunque può abusare di questa terminologia e può offrire servizi che non garantiscono la dovuta sicurezza perché è uno strumento non codificato».
È già riuscito a coinvolgere qualche rappresentante delle istituzioni?
«Sì, tante pacche sulla spalla, ma in realtà siamo arrivati alla petizione perché non vedevamo molte altre alternative. Spesso non ci si rende conto dei rischi grossi legati alla questione, pensiamo ad esempio al caso del neonato trovato morto a Bari, nella culla termica messa a disposizione dalla parrocchia. Ma c’è anche il rischio che dietro alle culle per la vita possano nascondersi dei malintenzionati disposti a commerciare esseri umani per varie finalità, cosa che nel mondo accade nei luoghi dove non esiste un sistema anagrafico reale».
In che modo, come lei sostiene, le culle per la vita e il parto in anonimato sarebbero collegati?
«Chi partorisce in anonimato ha la lucidità di andare in ospedale, partorire ed essere consapevole di aver fatto la scelta migliore, ma ci sono anche situazioni drammatiche in cui non si ha questa lucidità: staccarsi dal proprio figlio biologico è sempre un fatto traumatico. Le culle per la vita, invece vanno incontro a quelle donne in difficoltà che hanno bisogno di qualche giorno o settimana per salutare il proprio figlio e affidarlo alla culla. Cosa molto più difficile nel caso di un parto in anonimato, in cui si firma e il bambino non lo si vede più. Inoltre le culle per la vita sono un messaggio di speranza ed è giusto che sia capillarmente presente perché le donne che vogliono abortire sappiano di aver un’alternativa»
Che requisiti deve avere la legge che propone?
«Quattro requisiti fondamentali. Innanzitutto il riconoscimento delle Culle e l’ equiparazione al Parto in anonimato. Sono due facce della stessa medaglia. Secondo requisito: ogni punto nascita dev’essere equipaggiato di una culla per la vita. Punto terzo: ogni punto nascita deve predisporsi di un’equipe multi professionale, capace di accogliere donne in difficoltà. Infatti, siccome il parto in anonimato crea il problema in ospedale, il problema di dover gestire, nei giorni successivi il nascituro, allora va sensibilizzato il personale stesso, in modo tale che quando si presenta tale situazione non sia preso dal panico, ma sia chiaro quali sono i percorsi e i protocolli. Quarto e ultimo punto: se non c’è informazione è tutto inutile. Lo Stato dovrebbe aprire un sito internet con una lista di culle certificate e autorizzate, deve fornire un numero verde, può fare tanto per trasmettere informazioni. Idem le Regioni devono fare la loro parte, perché il servizio sanitario è gestito dalle Regioni, così come i Comuni che sono l’ente più prossimo ai cittadini possono utilizzare tanti mezzi, ad esempio le affissioni. Insomma ci dev’essere un coinvolgimento responsabile da parte delle istituzioni a cui il mondo del volontariato faccia da supporto». (Foto: Imagoeconomica -Timone, nov. 2022, pp. 44-45)
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