Lunedì 19 Gennaio 2026

Violenza giovanile

Scuola, ben vengano i metal detector. Ma la voragine educativa resta

Dopo i fatti di La Spezia, doveroso pensare a rimedi forti. L’origine della violenza non va però dimenticato

coltelli a scuola

(AI)

«Una legge, una legge subito prima che ci siano altre vittime. Non domani, non dopo tre o quattro vittime, subito». A chiedere giustizia sono il padre e lo zio di Abanoud Youssef, per gli amici “Abu”, il diciottenne ucciso con una coltellata nei corridoi di scuola venerdì scorso a La SpeziaIeri il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha partecipato al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in prefettura dove ha incontrato anche i famigliari del ragazzo assassinato per garantire «la presenza dello Stato, la vicinanza mia e del governo all’autorità scolastica e alla famiglia della vittima» e per affermare «che dobbiamo partire dalla cultura del rispetto all’interno delle scuole per installarla all’interno della società».

Arrestato con l’accusa di omicidio è il diciannovenne Zounhair Atif, uno studente dello stesso istituto ma frequentante un’altra classe. «Vorrei provare la sensazione di ammazzare qualcuno», questa, secondo i racconti dei compagni di scuola, è stata la frase pronunciata dal ragazzo di fronte alla classe e a un professore pochi giorni prima dell’omicidio. «Doveva essere presa sul serio», hanno dichiarato i ragazzi alla stampa di fronte all’obitorio dell’ospedale Sant’Andrea. Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, la lite tra i due si sarebbe accesa nei bagni durante l’intervallo. Quando Atif ha tirato fuori il coltello da cucina con una lama di 20 centimetri, Abu sarebbe fuggito nei corridoi urlando, ma senza riuscire a evitare il colpo all’addome che gli è stato fatale. Ferito, sarebbe riuscito a fare pochi passi per raggiungere una classe e a quel punto un insegnante avrebbe affrontato a mani nude l’aggressore disarmandolo. Nonostante i soccorsi tempestivi e il delicato intervento chirurgico a cui è stato sottoposto dopo un primo arresto cardiaco, il ragazzo è deceduto in serata.

Riguardo al ruolo della famiglia in episodi di violenza come questi, i famigliari di Abu non hanno dubbi: «Un ragazzo che a 19 anni è già diventato un assassino non ha ricevuto alcuna educazione. Non sono riusciti a educarlo quindi non credo che possiamo accettare le loro scuse», dichiara la famiglia di Abu ai microfoni, «è qui che si vede l’educazione di una casa. E la scuola è una seconda casa, ma la prima casa è la famiglia ed è qui che parte l’educazione». «Il problema è l’aumento della violenza tra i giovani», dichiara il ministro Valditara a Il Giornale, «da alcuni anni si registra un incremento dei fatti di violenza e della aggressività nelle nuove generazioni. Non è un fenomeno prettamente italiano. È chiaro che la scuola è coinvolta. È come quando esonda una vasca e l’acqua invade le stanze attorno. La violenza è all’interno della società e la scuola vive all’interno della società e non può non esserne contagiata». Questo il tema che ha spinto il ministro a proporre l’utilizzo di metal detector nelle scuole: «Non può essere un utilizzo generalizzato, ma uno strumento ove vi sia una reale criticità e una diffusione di armi improprie», spiega.

Tra i dirigenti scolastici e gli insegnanti c’è chi accoglie la proposta - è utile conoscere la storia di una dirigente di Ponticelli che li ha già introdotti qualche anno fa - e chi, come il presidente nazionale dei dirigenti Anp, Antonello Giannelli, la apprezza ma puntualizza: «Va valutato tutto con attenzione, dai costi alle gestione delle apparecchiature. Chi li fa [i controlli, n.d.r.]? Il personale scolastico non è addestrato». C’è anche chi la rifiuta: «La scuola non può essere militarizzata». Il rischio, in alcuni casi, è però quello di ottenere al contrario una scuola armata. Intanto don Maurizio Patriciello si dimostra favorevole alla proposta del ministro anche se ritiene non possa essere «sufficiente». Ha spiegato nell’omelia di ieri: «Da sole queste iniziative non bastano e finiscono per lasciare il tempo che trovano se non sono accompagnate dall’esempio e dalla testimonianza degli adulti, a partire dalla famiglia e poi le istituzioni, la Chiesa, le società sportive». 

L’omicidio di “Abu” non rappresenta un caso isolato. Nel 2024, per esempio, nel cortile di una scuola romana una bambina di soli 12 anni aveva accoltellato un compagno. E se usciamo dai confini nazionali la storia tende a ripetersi: è stato stimato che nel 2024 nelle scuole e nei college di Inghilterra e Galles si sono verificati 1.304 reati che hanno coinvolto coltelli o oggetti taglienti. Stando ai dati della polizia, almeno il 10% dei reati è stato commesso da bambini e ragazzi in età scolare. Sempre dalla società anglosassone nel 2025 ci arriva il caso di un bambino di 7 anni che aveva portato un coltello a scuola. Questi casi non posso lasciare indifferente il mondo adulto. Il modo di stare al mondo di bambini e ragazzi dice qualcosa di ciò che viene assorbito da tutto il contesto di appartenenza. E se si arriva a pensare o agire in un certo modo, qualcosa all’interno di quel contesto educante deve essere andato storto.

Qualcuno coglie l’occasione per ribadire l’urgenza dei corsi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole. C’è poi chi punta il dito contro la mascolinità tossica. Mea culpa sulle reali cause della violenza giovanile - a cui Il Timone ha rivolto particolare attenzione (qui per abbonarsi) -, pochi. Da parte sua, il ministro Valditara spiega che i metal detector fungerebbero di certo da deterrenti, ma ciò che rimane necessaria è una «rivoluzione culturale». La società dei diritti senza doveri, genitori sostituiti da smartphone, assenza totale di dialogo tra adulti e ragazzi, adulti stessi dipendenti dai social, evidente difficoltà ad accettare regole, confini, divieti e autorità. Questo, a grandi linee, è quello che vede un ragazzo guardandosi intorno. Facciamo in modo che possa vedere altro. Con una certa urgenza. 

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