OLTRE LA CRONACA
OLTRE LA CRONACA
Anguillara, quando il male semina in silenzio e miete nella gogna
Un delitto non esplode all’improvviso: si nutre nel silenzio, si manifesta nel sangue ed esplode nel linciaggio, non solo mediatico Una tragedia che chiede di guardare prima, e più a fondo.
28 Gennaio 2026 - 00:05
Pasquale Carlomagno e Maria Messenio
Il diavolo semina come una formica e raccoglie come un mietitore. E a volte, per prenderne atto, occorre guardare molto prima del raccolto. E molto prima del rumore. Quanto accaduto nelle ultime settimane ad Anguillara sconvolge ancora. Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito Claudio Carlomagno. Il figlio di dieci anni dormiva dai nonni; per i coniugi quella sarebbe stata l’ultima notte sotto lo stesso tetto: la separazione era già in corso, lei sarebbe tornata a vivere con i genitori. Agli inquirenti l’uomo ha parlato di una lite sull’affidamento del figlio: «Ho avuto paura di non rivederlo». Non sappiamo se sia vero, sappiamo che lì si è scatenato l’inferno.
Ma il male non nasce mai in una notte. Prima c’è il tempo lungo, silenzioso, quello che la cronaca non sa e non può raccontare. Un matrimonio, innanzitutto: come è nato? Era costruito sulla roccia o era una convivenza fragile, tenuta insieme più dalla forma che dalla sostanza? C’era una comunità attorno a questi sposi, un sostegno reale? Domande che non servono a distribuire colpe, né tantomeno a giustificare, ma a guardare la realtà per intero.
C’era una separazione già definita, eppure negli articoli resta sullo sfondo, quasi fosse un dettaglio. Quella notte — la notte dell’omicidio — doveva essere l’ultima trascorsa insieme in casa, “come una famiglia”. Una circostanza che può apparire rassicurante, così come veniva raccontata come tranquilla la soluzione per cui il bambino sarebbe rimasto nella stessa casa e i genitori si sarebbero alternati. Una soluzione apparentemente equa che nei fatti sanciva la frantumazione di una famiglia. Rimaneva in piedi la forma, ma le forme, quando vengono scambiate per sostanza, diventano terreno fertile per l’illusione. E per una frustrazione che cresce senza essere notata.
Federica aveva un’altra relazione. Un dato che racconta molto più di una crisi profonda, perché parla di un nuovo inizio che certifica una fine, e che però nei racconti è appena accennato, come se non potesse in alcun modo avere un peso. E ancora: i rapporti dell’uomo con i suoi genitori. Erano già tesi, compromessi. Perché? Emerge un sistema di relazioni incrinato, dove frustrazioni e solitudini probabilmente si alimentavano a vicenda. E quanto ancora non sappiamo?
Il male semina così: nel silenzio, nei dettagli ignorati e in quelli sconosciuti. Nell'indifferenza di chi forse qualcosa ha visto nel tempo e avrebbe potuto intervenire, ma non lo ha fatto. Poi arriva il raccolto. Una fredda notte di gennaio, ventitré coltellate, una vita spezzata, tre famiglie distrutte. Un delitto che chi indaga ha definito “d’impeto” per la sua ferocia.
Ed è qui che entra in scena la gogna. Subito. Prima ancora che emerga l’intero quadro, la violenza si sposta: dai fatti alle persone rimaste, dai colpevoli ai familiari. I genitori dell’assassino diventano il bersaglio. Sui social si legge di tutto: «Avete partorito un mostro», «Sapevate tutto», «Vergognatevi». Anguillara è un paese: tutti conoscono tutti. Quei volti, quei luoghi quotidiani diventano teatro di occhiate sospette, insinuazioni, insulti e denigrazioni. La colpa si allarga, diventa ereditaria, diventa insostenibile, diventa tutto.
Poi arriva il secondo raccolto. Forse il più devastante. I genitori di Carlomagno si tolgono la vita insieme. «Non hanno retto al dolore», dirà il legale. Il male che chiama altro male. Il padre che temeva di perdere il figlio ora lascia un figlio senza genitori e un bambino senza nonni. Il cuore fatica a reggere e la gogna, invece di fermarsi, si moltiplica: «Hanno fatto bene», «Erano complici». Solo allora la procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio. Solo allora qualcuno corre a cancellare. Spariscono commenti, post, indignazioni. Si tace. Come se bastasse un clic per sottrarsi alla responsabilità delle parole.
Il diavolo semina come una formica. E quando il mietitore passa, non vuole lasciare nulla in piedi. L’unica speranza è interrompere la spirale. Alzare lo sguardo e chiedere misericordia a Dio. Perché solo una luce più grande del male può impedire che, dopo il raccolto, non resti che il deserto. Solo la più grande delle luci può illuminare anche questo buio. (Foto: screenshot Rai, YouTube)












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