Guerra
apologetica
Cristianesimo e relativismo: difendere la fede con la ragione
Intervista ad Alessandro Franchi, autore di "Difendi la tua fede": «Credere non significa rinunciare alla ragione, ma usarla fino in fondo»
26 Gennaio 2026 - 00:05
Ecce Homo - di Antonio Ciseri (1871) - Wiki dominio pubblico
Ho letto con grande interesse il libro di Alessandro Franchi Difendi la tua fede. Manuale di apologetica razionale (Tau Editrice). Mi ha colpito la capacità dell’autore di offrire uno strumento chiaro e sintetico per affrontare temi che – nonostante il pressante relativismo, ateismo, gnosticismo e anticlericalismo – continuano a emergere ancora oggi. Per questo desidero incontrare il responsabile della pagine che mi hanno tanto colpito: voglio approfondire meglio questioni che – volenti o nolenti – toccano il cuore di ogni uomo.
Domando subito: da che cosa va difesa la fede? «La fede cristiana – mi viene spiegato – si basa sull’ingresso nel mondo di una novità spiazzante, incontenibile, inesauribile ed imprevedibile: Dio stesso che non solo esiste (fatto non scontato!) ma si incarna e manifesta la sua stessa natura in forma umana, in un momento storico specifico. Non so se ci rendiamo conto di quanto dirompente sia il contenuto di questa informazione, e di quali e quante evidenze servano per poterci credere! Non si deve, quindi, mai dimenticare che la fede richiede prove convincenti per essere creduta». Intervengo: ha senso continuare a credere anche nel nostro tempo? «Sì, anche nell’era del dominio della scienza e della tecnica, dell’interconnessione globale e delle “stregonerie digitali”. La fede cristiana è sempre la stessa, e il bisogno umano di senso, speranza e salvezza è sempre il medesimo, ma tra la fede e il nostro bisogno di salvezza si frappongono nuovi ostacoli, ed è qui, sul fronte tra Dio e il cuore dell’uomo, che si situa l’apologetica».
Ragiono. Il termine “apologetica” sembra ormai scomparso dal lessico cattolico: i corsi teologici che un tempo lo includevano nel titolo sono stati sostituiti dalla più neutra dicitura “teologia fondamentale”. Forse, nell’epoca del progresso tecnologico e del benessere, si è creduto che non ci fosse più nulla da difendere. Così, però, ci si è progressivamente ritrovati senza una voce autorevole nel dialogo con la cultura contemporanea, proprio mentre in Occidente prendeva forma una profonda crisi della pratica della fede. Sembra poi che il battezzato medio non sappia neanche motivare razionalmente le proprie convinzioni basilari: «Tutto vero, ed è una lacuna inaccettabile. Fare apologetica, per un cristiano, non è un optional, è una necessità richiesta dalla fede e della stessa natura umana. Nella sua Prima Lettera, Pietro [3, 15] ci invita a essere sempre pronti a rendere le ragioni della speranza che è in noi, e a farlo con mitezza e rispetto, cioè con stile cristiano; il primo comandamento per Gesù consiste nell’amare Dio non soltanto con il cuore, le forze e l’anima, ma anche la mente: usare la ragione e l’intelletto al servizio di Dio, per l’edificazione Regno e la salvezza del prossimo, è quindi fondamentale. La natura umana, decaduta e peccatrice, non ci consente più un’amicizia con Dio immediata e spontanea; per ripristinare questo rapporto incrinato, il Figlio ha dovuto incarnarsi, patire e morire in croce. Non si può vanificare questo sacrifico accettando con negligenza che delle obiezioni umane perfettamente risolvibili ostacolino la diffusione della verità. Il cristianesimo non prevede che si creda senza prove di alcun tipo in fatti assurdi e privi di giustificazione, e Dio sa esattamente quali evidenze fornirci per rendere sufficientemente informata la nostra risposta di fede in Lui che si rivela. Un bravo apologeta dovrebbe attingere con sensibilità e sapienza a ogni argomento necessario per rimuovere gli ostacoli intellettuali che si frappongono tra Dio e l’uomo».
Il problema più evidente nel nostro contesto è quello – come lo definiva Benedetto XVI – del relativismo (la verità ridotta all’opinione del soggetto): «Il relativismo è un cancro intellettuale di cui l’uomo non si libererà mai definitivamente, sulla terra. Che sia per opportunismo, pigrizia, superficialità o malafede nessuno è perfettamente immune dal fascino del mantra “la verità non esiste perché tutto è relativo”, un assunto tanto paradossale da autodistruggersi, perché si autoconfuta: se fosse vero che “la verità non esiste”, allora una verità esisterebbe, e il dogma relativista sarebbe falso, reciso alla radice dalla sua stessa assurdità. Se al contrario l’affermazione che “la verità non esiste” fosse solo un’opinione personale, la si potrebbe considerare falsa, contrastabile con validi argomenti in favore dell’esistenza della verità. Ciò nonostante, se un’intera generazione viene addestrata a credere in un dogma irrazionale come quello relativista, reagirà con violenza contro quanti si alzeranno per dimostrare che “due più due fa quattro e le foglie sono verdi in estate”, come predisse Chesterton. Purtroppo, viviamo esattamente in un tempo in cui il relativismo scettico, inaccettabile in ambito scientifico, tecnologico, medico (chi si fiderebbe di ingegneri edili o di neurochirurghi relativisti? Nessuno, ovviamente), è divenuto la norma in ambito morale, filosofico, religioso. Sembra che quando si affrontano temi collegati agli scopi ultimi della vita, a Dio, alla fede, al bene e al male, sia impossibile e addirittura discriminatorio e inaccettabile ogni riferimento all’esistenza di una verità oggettiva. Il nostro tempo in pratica è strutturato per rifiutare la pretesa di Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”; per questo l’apologetica è apparentemente svantaggiata e ampiamente disattesa, nel nostro tempo, come strumento per favorire la conversione. San Paolo, però, ha insegnato che la conoscenza fondamentale dell’esistenza di Dio è accessibile a tutti gli esseri umani attraverso la natura e la coscienza morale. Papa Benedetto XVI era un fautore di questa prospettiva epistemologicamente fiduciosa del nostro potenziale conoscitivo, purtroppo decisamente minoritaria in seno alla Chiesa cattolica, oggi. Ma è un progetto che vale la pena di sviluppare, perché fondato sull’antropologia cristiana che avviò l’intera impresa scientifica occidentale. Nessun padre della scienza moderna avrebbe indagato le leggi di natura se fosse partito da presupposti epistemologicamente relativisti e scettici! Newton, Galilei, Keplero, Copernico, Maxwell, Mendel, Planck… Praticamente tutti i fondatori di ogni branca della scienza moderna credevano che il mondo fosse un posto ordinato, razionale e conoscibile, perché tanto alla base del Cosmo quanto alla base del nostro intelletto c’è la stessa Mente Razionale, Creatrice e Ordinatrice. La ricerca scientifica è nata proprio dall’intuizione di questi uomini profondamente religiosi, che si aspettavano di trovare leggi fisiche ordinate e regolari, e che indagando empiricamente la natura, le hanno effettivamente trovate. Per loro una conoscenza oggettiva della realtà era ed è possibile».
Interrompo, chiedendo: cos’è la verità? «La domanda di Pilato, formulata in latino, contiene già la risposta, come fece notare sant’Agostino: l’anagramma di “Quid est veritas?” è “est vir qui adest”. L’uomo davanti al prefetto romano della Giudea era la verità incarnata, e Gesù lo disse chiaramente a Pilato: “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Questo ci dice una cosa fondamentale: la verità si è fatta uomo per avere una relazione con noi. Il Logos, la Parola creatrice e ordinatrice che è alla base dell’universo e delle sue leggi, si comunica a noi non solo nella fisica, nella chimica o nella biologia, nelle tante meraviglie del creato, ma anche nell’incontro umano, personale e relazionale, attraverso parole e gesti salvifici concreti raccontati nella Bibbia e resi vivi dalla Chiesa. Il cristianesimo non è una mitologia archetipica, una religione astratta e intellettuale per filosofi, o una servile sottomissione a una imperscrutabile e inaccessibile divinità suprema. Il cristianesimo è l’incontro dirompente con un Dio che scelse di farsi bambino e uomo, che camminò, si commosse, guarì, salvò, insegnò e corresse, ma soprattutto amò fino a dare il suo sangue in espiazione per i peccati dell’intera umanità. Cristo è la verità, e tutto ci parla di Lui, se abbiamo occhi e orecchie per vedere e ascoltare». Abbiamo parlato di Dio, ma si può provare la sua esistenza? «“Provare l’esistenza di Dio” è un’espressione un po’ forte… Dio non è un oggetto materiale misurabile, non si può provare come si prova un teorema matematico su un foglio di carta, né si può scrutare direttamente con i sensi o gli apparecchi che la scienza ci fornisce. Ma la Chiesa cattolica ritiene, in conformità con la fede biblica, che all’esistenza di Dio si possa giungere mediante l’uso di una retta ragione, ragionando dagli effetti alle cause, e attraverso una retta coscienza morale. Per questo teologi e filosofi di ogni epoca hanno elaborato numerosi argomenti e vie che possono condurre l’uomo di buon senso a ritenere sufficientemente evidente che Dio esiste, e che Gesù sia risorto dai morti».
Se Dio esiste – mi viene da insistere –, c’è un fondamento ai valori morali. Ma se viene negata la sua esistenza? «Domanda abissale. La risposta sintetica è “no”, il che è ovviamente catastrofico, perché niente ha conseguenze più devastanti del relativismo morale. Ma per arrivare a capire il perché, bisogna esplorare accuratamente tutte le variabili in campo in modo ordinato e progressivo. Per farlo si adoperano gli argomenti morali, uno degli ambiti più interessanti per condurre l’intelletto dell’uomo al riconoscimento di Dio quale fondamento ontologico del Bene. Sinteticamente, il punto è che se l’ateismo è vero, se Dio non esiste e noi siamo solo ammassi di molecole divenuti casualmente autocoscienti, tutti destinati a marcire nella terra e svanire nell’oblio, se non siamo “sacri figli di Dio” ma figli del cieco caso e di una natura insensibile e impersonale, niente è sacro, nessuno è inviolabile, non esistono valori e doveri morali oggettivi che incombono su di noi. A quale Autorità morale dovremmo render conto, se niente e nessuno è superiore al soggetto, col suo arbitrio e le sue voglie? Chi dice che sia un bene oggettivo non lasciare indietro i più deboli, far prosperare il maggior numero di esseri viventi, salvaguardare i più piccoli e innocenti? Un tribalismo elitario, un’eugenetica implacabile, la sopravvivenza dei più adatti, sarebbero perfettamente razionali. Senza Dio, la morale è solo una scatola vuota da riempire a piacimento. Questione di opinioni, ognuno ha la propria, e non esistendo alcun parametro di riferimento esterno ai soggetti il risultato è un tragico relativismo valoriale in cui di volta in volta prevale l’opinione dei più forti o di chi meglio riesce a manipolare la pancia del popolo. In un mondo senza Dio, come scrisse il biologo ateo Richard Dawkins nel suo The God delusion, “non vi è alcun disegno, nessuno scopo, nessun male, nessun bene, nient’altro che una cieca, spietata indifferenza”». Al contrario? «Agganciare invece la nostra legge morale naturale a Dio piuttosto che a Darwin, significa fondarla sul riconoscimento dell’assoluto, intrinseco e inalienabile valore sacro della vita umana, che viene da Dio ed è inviolabile. Non solo ogni uomo e ogni donna porta in sé l’immagine di Dio, non solo dobbiamo amare e aiutare i più deboli fra i nostri fratelli, ma non possiamo più trascurare nemmeno i colpevoli, i peccatori, gli esseri più spregevoli che vivono tra noi, perché ora sappiamo che Dio li ama al punto da aver sacrificato il Suo stesso Figlio per ciascuno di loro».
Per rendere accessibili questi argomenti, Alessandro Franchi ha scritto il suo libro – e gli siamo grati –: un testo che fornisce argomenti essenziali per rinforzare la fede dei credenti e aiutare i lontani ad aprirsi alla ragionevolezza e alla verità del cattolicesimo.








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