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Laicismo
Perché la fede di Bolloré spaventa la “casta” francese
Durante l’audizione presso la commissione d’inchiesta parlamentare dell’audiovisivo all’Assemblea Nazionale, Vincent Bolloré rivendica la propria fede come atto di libertà sfidando il sospetto di un’élite che percepisce l’identità cristiana come un’anomalia culturale
25 Marzo 2026 - 12:15
(Vincent Bolloré - screenshot canale YouTube Assemblée nationale)
In un’epoca in cui la globalizzazione sembra appiattire ogni differenza, il cristianesimo resta una delle realtà più diffuse e radicate al mondo. Eppure, attraversando i confini della Francia, questa stessa fede sembra trasformarsi in un oggetto estraneo, quasi un reperto archeologico guardato con diffidenza. Esprimere pubblicamente il proprio credo non è vietato dalla legge, ma è diventato un atto insolito, capace di generare un clima di sospetto quasi istintivo.
Recentemente, durante un’audizione davanti alla commissione parlamentare sull’audiovisivo, l’imprenditore Vincent Bolloré ha offerto una testimonianza che va ben oltre la cronaca giudiziaria o economica. Con una punta di ironia, si è definito il «capro espiatorio perfetto», spiegando di rappresentare tutti gli stereotipi che l’élite contemporanea disprezza: le radici familiari profonde, un’azienda che prospera in Bretagna e, dettaglio quasi scandaloso per i suoi detrattori, una cappella privata in giardino.
IL SIMBOLO SOTTO ACCUSA
Dietro l’umorismo di Bolloré emerge una verità più profonda sulla Francia odierna: nel dibattito pubblico non si giudicano più le azioni in sé, quanto ciò che esse simboleggiano. La figura di Bolloré non viene attaccata solo per le sue strategie industriali, ma perché incarna un mondo che molti vorrebbero veder scomparire: un mondo attaccato alle proprie radici ma capace di guardare al futuro.
Durante le tre ore di audizione, l’imprenditore ha risposto con una semplicità che ha disarmato chi cercava di dipingerlo come una figura oscura o “islamofoba”. Affermando con «credo in Dio e in Cristo» e definendosi un «democristiano», Bolloré ha portato nell’aula parlamentare concetti come il “Padre Nostro”, il “perdono” e la “misericordia”. Parole che, in altri tempi, sarebbero state scontate, ma che oggi in Francia risuonano come una provocazione o una stravagante anomalia.
UNA FEDE ALIENA
La reazione di parte della classe politica e mediatica rivela un paradosso: la libertà di espressione è difesa strenuamente, a patto che non riguardi convinzioni religiose tradizionali vissute con naturalezza. Bolloré ha descritto una «casta dirigente» che vive in una sorta di bolla di opulenza e che guarda con distacco, se non con ostilità, a quell’85% di francesi che vede la propria situazione degradarsi.
In questo contesto, la fede diventa un bersaglio perché rappresenta un ordine di valori che sfugge al controllo della narrazione dominante. Non si tratta di una strategia comunicativa, ma di una rivendicazione di libertà. Bolloré, pur non volendo ergersi a esempio, diventa testimone di una realtà che molti preferirebbero ignorare: si può essere un capitano d’industria di successo senza recidere il legame con il sacro e con la propria terra.
In definitiva, il caso Bolloré suggerisce che la vera “colpa” non risiede in ciò che si fa, ma in ciò che si è. In una Francia che fatica a fare i conti con la propria identità, una cappella in giardino o una preghiera sussurrata diventano simboli di una resistenza culturale che l’élite fatica a comprendere e, per questo, tende a condannare.
(Foto: Screenshot canale YouTube Assemblée nationale)











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