Lunedì 30 Marzo 2026

Processo storico

6 milioni di dollari di condanna per Meta e YouTube per la dipendenza dai social media

La querelante era una ragazza di 20 anni diventata ossessionata dalle app Instagram di Meta e YouTube di Google

Smartphone

(Imagoeconomica)

È una sentenza storica quella che ha ritenuto responsabili alcune piattaforme social per la dipendenza ai danni di una giovane utente, Kaley Mark Lanier. Il 25 marzo 2026 una giuria della California ha stabilito che le piattaforme di proprietà Meta (Facebook e Instagram) e YouTube possono essere ritenute legalmente responsabili per aver contribuito alla dipendenza da social media e a danni psicologici. Nello specifico la querelante e sua madre hanno accusato le aziende per aver indotto nella giovane ansia, dismorfia corporea e pensieri suicidi. Alla giovane sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari di risarcimento per danni legati a depressione, ansia e altri disturbi mentali. 

Il caso giunto in tribunale, noto come K.G.M. v. Meta et al., è il primo processo in cui i social media sono stati trattati come un prodotto difettoso e potrebbe creare un precedente per centinaia di casi simili. La giuria ha riconosciuto che alcune caratteristiche - come lo scroll infinito, gli algoritmi di raccomandazione e l’autoplay - sono progettate appositamente per creare dipendenza. L’avvocato di Kaley, Lanier, ha definito le app «casinò digitali» dicendo che la funzione di «scroll infinito» genera colpi di dopamina che facilmente portano alla dipendenza. «Lo scroll rappresenta per un bambino», ha poi aggiunto, «lo stesso movimento della slot machine. Ogni volta che scrolla non lo fa per soldi, ma per stimolazione mentale». Lanier ha poi sostenuto che le App mettono in atto diverse tattiche per ingaggiare gli adolescenti tra cui il pulsante “mi piace”, che ha equiparato a quel «colpo chimico» che gli adolescenti bramano in cerca di convalida dai loro coetanei, e i cosiddetti filtri di bellezza che possono alterare il viso di un utente. 

Dal canto loro, i giganti della tecnologia negano da molto tempo che le loro piattaforme danneggino i giovani utenti giustificandosi con funzionalità di sicurezza quali strumenti di controllo parentale, promemoria che avvisano l’utente di “prendersi una pausa” e restrizioni sui contenuti. L’avvocato di Meta, Paul Schmidt, ha attribuito come responsabili dei danni della salute mentale di Kaley le dinamiche familiari, sostenendo che i social media potrebbero aver fornito uno sbocco sano per Kaley mentre affrontava problemi a casa. Meta prevede di fare appello: «La salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere collegata a una singola app. Continueremo a difenderci vigorosamente poiché ogni caso è diverso». José Castañeda, portavoce di Google, che possiede YouTube, ha indicato che anche loro intendono fare appello: «Questo caso fraintende YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un sito di social media». 

Secondo The Tech Oversight Project, si tratta di un vero e proprio «terremoto per Big Tech» che segna un punto di non ritorno per l’immunità di cui finora hanno goduto le grandi aziende tecnologiche e potrebbe aprire la strada a nuove regolamentazioni. «Questi prodotti sono stati appositamente progettati per danneggiare, drogare milioni di giovani e portare a conseguenze per la salute mentale per tutta la vita», ha detto Sacha Haworth, direttore esecutivo di The Tech Oversight Project. Le prove dimostrano infatti come le aziende hanno consapevolmente progettato prodotti con caratteristiche di progettazione come “scroll infinito”, notifiche push e amplificazione degli algoritmi. Per le aziende Big Tech, la dipendenza dei giovani dalle loro piattaforme è un imperativo finanziario. Secondo i nuovi dati del sondaggio del Pew Research Center, il 36% degli adolescenti statunitensi afferma di utilizzare TikTok, YouTube, Instagram, Snapchat e/o Facebook «quasi costantemente». 

La recente sentenza contro le Big Tech è il risultato di un processo dal quale molti ci mettono in guardia. Sembra dare infatti una conferma a quanto sostenuto da Jonathan Haidt nel suo bestseller La generazione ansiosa, uno dei saggi più rilevanti degli ultimi anni che indaga il rapporto tra social media e salute mentale. Haidt sostiene infatti che a partire dai primi anni 2010 la diffusione degli smartphone e dei social ha impattato profondamente lo sviluppo psicologico dei giovani. Sono aumentati l’ansia, i casi di depressione e l’autolesionismo. Quache giorno fa Haidt ha scritto su X: «Se vi imbattete in qualcuno che afferma che non ci sono “prove scientifiche” che i social media causino danni, vi preghiamo di inviargli questo link». Si tratta del World Happiness Report 2026 (pubblicazione annuale dell’Onu che dal 2011 classifica il livello di felicità e benessere in oltre 140 Paesi) che sostiene esistano ormai prove solide che i social media stanno danneggiando gli adolescenti su scala così ampia da influenzare intere popolazioni, non solo singoli individui. 

Il report conclude che i social media non rappresentano un fattore tra tanti, ma sono una delle cause principali del peggioramento della salute mentale degli adolescenti negli ultimi 10-15 anni, con effetti visibili nelle statistiche generali sulla salute mentale giovanile. Nell’analisi del report sembra avere maggiore peso anche l’intensità d’uso delle applicazioni: negli utenti si è valutato un benessere generale più alto collegato a un uso limitato (meno di 1 ora al giorno), mentre crolla se si registra un uso intenso (oltre 5-7 ore). Alcune attività online (messaggiare, comunicare) possono essere positive, mentre quelle più passive e algoritmiche (scroll, contenuti virali) sono associate a minore soddisfazione nella vita reale.

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