Giovedì 08 Gennaio 2026

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Il rogo e i video dei ragazzi: quando ballano sul Titanic

Come smartphone, like e visibilità online trasformano il comportamento dei giovani di fronte al pericolo

Il rogo e i video dei ragazzi: quando ballano sul Titanic

Incendio in Svizzera – Un video mostra dei giovani che festeggiano mentre filmano le fiamme - immagine social

L’immagine di alcuni ragazzi che, mentre alle loro spalle prendeva forma un rogo, ballavano e riprendevano la scena con il telefono ha colpito molti di noi in modo quasi istintivo. Un colpo allo stomaco, seguito spesso da una reazione altrettanto immediata: l’indignazione.

Eppure, se ci fermiamo un istante prima del giudizio, quell’immagine può diventare l’inizio di un percorso di comprensione: un tentativo di lettura di un cambiamento profondo, che riguarda il modo stesso di stare nel mondo.

Per chi appartiene alla generazione dei cosiddetti “boomer”, cresciuta in un ecosistema relazionale e simbolico radicalmente diverso, quelle scene risultano quasi incomprensibili.
Il rischio è di interpretarle solo come segni di cinismo, superficialità o perdita di empatia. Ma siamo di fronte a qualcosa di più complesso: l’emergere di un nuovo modello antropologico, che richiede strumenti interpretativi diversi da quelli a cui siamo abituati.

Le generazioni Z (circa 1997–2012) e Alpha (post-2012) sono infatti le prime per le quali socialità, identità e riconoscimento non sono semplicemente influenzati dal digitale, ma profondamente intrecciati ad esso. Lo schermo non è solo uno strumento: è diventato un ambiente di vita. L’esperienza, per essere pienamente “reale”, tende a dover essere osservabile, condivisibile, riconosciuta da uno sguardo esterno.

Di fronte alla realtà, ad una scena esterna, il primo pensiero condizionato è: questa realtà è visibile, filmabile, documentabile? E poi: posso diffonderla? E ancora: quale sarà la reazione degli altri?

Questo è lo schema condizionato: si passa dall’interiorità alla visibilità, dallo stare nella realtà a considerarsi spesso esterno alla realtà: un osservatore della realtà. Questo consente ai nostri ragazzi di essere meno coinvolti, di attivare un meccanismo di derealizzazione e depersonalizzazione che finisce per coinvolgere meno emotivamente.

Un meccanismo anche di valutazione, di costruzione della propria immagine e del proprio gradimento. La mia autostima dipende dai like su questo filmato. Quanti like poteva portare l'immagine di una fiammata?

Anche la regolazione emotiva si svolge sempre più spesso sotto uno sguardo sociale permanente: like, reazioni, ranking, feedback immediati. Le emozioni non vengono solo vissute, ma esposte, calibrate, trasformate in contenuto.

Questo non produce automaticamente psicopatologia, ed è importante dirlo con chiarezza. Tuttavia, aumenta alcune vulnerabilità: ansia da confronto, fragilità dell’autostima, difficoltà del sonno e dell’attenzione, il senso di isolamento paradossale che può coesistere con una iper-connessione costante.

Nel profilo clinico-culturale della Generazione Z ed Alpha emergono alcuni tratti ricorrenti, che non vanno letti come etichette universali, ma come tendenze osservabili. L’identità tende a essere sempre più narrata e performativa: il Sé si costruisce come un profilo, attraverso selezione, editing, controllo dell’immagine. Ne deriva una particolare sensibilità al giudizio sociale e alla reputazione.

Il confronto è continuo, spesso spietato: estetico, sociale, prestazionale. La sensazione che “la vita degli altri sia migliore”, l’effetto vetrina, alimenta autocritica e vergogna. Sul piano emotivo, si osserva una regolazione rapida ma fragile: il disagio viene contenuto attraverso stimoli immediati — scrollare, guardare un video, chattare — mentre si riduce la tolleranza alla noia, che invece è uno spazio fondamentale per la simbolizzazione e il pensiero.

Anche le relazioni cambiano forma: molte connessioni, ma spesso meno profondità. I legami possono essere intensi e improvvisi, ma anche interrompersi senza spiegazioni, attraverso il silenzio o il “ghosting”. L’intimità si alterna al ritiro, in un movimento di accensione e spegnimento che riflette una difficoltà a sostenere la continuità emotiva.

Tornando allora a quelle immagini iniziali, forse il punto non è chiedersi “che cosa c’è che non va in questi ragazzi”, ma domandarsi quale mondo li abbia formati. Perché ogni cambiamento antropologico porta con sé smarrimento, e ogni epoca tende a giudicare la successiva con categorie che non le appartengono più. Comprendere non significa rinunciare al senso critico, ma evitare l’errore moralistico, rassicurante e sterile.

Rimane poi la frase di un ragazzo a fare da contraltare e spiegare a noi genitori come intervenire:
“Quando mi sono accorto mi è venuto subito in mente l’insegnamento di mio padre. Quando sei in pericolo scappa.” Quel dialogo col padre lo ha salvato.

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