SANTA PASQUA
non solo gialli
50 anni di Agatha Christie, e di Messa in latino
A mezzo secolo dalla scomparsa, è il momento di ricordare anche la petizione che ottenne da Papa san Paolo VI l’indulto intitolato alla grande scrittrice inglese di gialli
12 Gennaio 2026 - 00:07
Agatha Christie - (foto di pubblico dominio)
Ricorre oggi mezzo secolo dalla scomparsa di Agatha Christie, morta a Winterbrook, in Inghilterra, il 12 gennaio 1976. Forse non esiste nessuno al mondo che non ne conosca almeno il nome, che non abbia avuto per le mani uno dei suoi titoli (si dice sia nella ristrettissima cerchia dei top five degli autori più tradotti e letti della storia) o che per lo meno, sì, non abbia letto il libro, ma abbia visto il film. I suoi personaggi sono indelebili ed Hercule Poirot, il detective belga nato dalla sua fantasia e sbarcato nei cliché dell’investigatore-tipo, alberga oramai fisso nell’immaginario collettivo accanto ai tweed dello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, alla pipa del commissario Maigret di Georges Simenon e al fascino del James Bond di Ian Fleming, ma in posizione assolutamente inarrivabile sul gradino più alto del podio narrativo, staccato di molte spanne nel medagliere letterario mondiale, maglia rosa perenne in fuga solitaria continua se i grandi scrittori di genere dovessero impegnarsi in un tour ciclistico di talenti.
La memoria rischia di diventare ripetitiva
Decine fra romanzi, racconti e opere teatrali dopo, in questi giorni di anniversario tondo parole come quelle qui sopra le hanno scritte e dette tutti, al punto da rendere, come spesso accade in queste occasioni, stucchevole il ricordo pur doveroso, ripetitivo l’omaggio al punto da diventare inutile, priva di spessore vero la rievocazione. Perché spesso si dimentica la persona che sta dietro il mito, il cuore umano che si cela nell’idolo delle folle, il dramma oscurato dall’abbacinante luce della ribalta. C’è infatti almeno un aspetto che rischia (e questo è forse solo un understatement inglese) di venire ora omesso dai tributi alla scrittrice. La dimensione religiosa.
Agatha Christie e il suo retroterra anglicano
Nessuno pretende di fare della Christie un santino, ovvio, ma qualche parola su questo aspetto fondante e determinante l’avventura di ognuno merita di essere rievocato oggi anche nel suo caso.
Agatha Christie era anglicana, nata e cresciuta in una famiglia anglicana. Una famiglia anglicana media, a quel che pare: ovvero non connotata da manifestazioni pubbliche di pietà fuori dal comune, ma nemmeno fredda, abitudinaria, ritualistica, ma senza avere smarrito del tutto la virtù profonda del gesto ripetuto anche meccanicamente, non impegnatissima, ma nemmeno insensibile. Questo mood ha plasmato Agatha nel profondo sin da giovane, insegnandole le maniere e i comandamenti, la buona creanza e lo stile, il savoir faire e la morale, tutte eredità del cristianesimo fattesi bontà civili e doti sociali.
Una vita segnata dal dolore ma sostenuta dalla fede
La vita non le ha risparmiato crudeltà, come il divorzio impostole dal primo marito, il colonello Archibald Christie, nel 1926 dopo 14 anni di matrimonio, a cui seguirono disperazione, sbandamento, una fuga misteriosa per alcuni mesi e forse persino un tentativo di suicidio. Ma nulla può cancellare il fatto che la scrittrice, anglicana appunto, teneva sul comodino la copia appartenuta alla madre, Clarissa «Clara» Margaret Boehmer Miller, de L’imitazione di Cristo, il best-seller del Medioevo cattolico (la madre anglicana teneva pure una immagine di san Francesco d’Assisi sopra il letto) da cui Agatha leggeva, come faceva la madre, un passo ogni mattina e uno ogni sera, come poi insegnò a fare anche a Miss Marple, altro personaggio immortale dei suoi romanzi e racconti.
Il cristianesimo nei suoi romanzi
L’imitazione di una imitazione di una imitazione di una imitazione che porta le anime e persino la fantasia letteraria a Cristo, che instaura tutto in Cristo: del resto l’educazione vera e profonda non è altro che proposizione e imitazione di modelli, gesti, comportamenti, parole, opere.
Qualcuno obietta (inferendone che allora la religione non dovesse in realtà valere molto per la scrittrice) che nelle opere della Christie la fede religiosa non esonda, non deborda, non straripa. Quel qualcuno sbaglia. Non è sentire le campane rintoccare una pagina sì e una no che rende la narrativa cristiana, cattolica, hanno detto due autori profondamente cristiani, cattolici come J.R.R. Tolkien e Flannery O’Connor.
Dio nei dettagli della sua narrativa
Dio ti attende, infatti, nei dettagli, fra gli aggettivi e gli avverbi, nella sintassi, nella gerarchia dei sommari, nei risvolti di copertina e soprattutto nel profumo, nell’aroma, nel suono, nel punto focale, nel motore di una storia, dei suoi attori e del suo Regista, che infatti si chiama trama, ordito, tessitura costante, ornata, sequenziale e consequenziale da un alfa a un omega.
Le narrazioni di Agatha Christie sono questo: storie. Avventure umane degne di essere raccontate per l’esemplarità che hanno. Molto di frequente hanno a che fare con l’orrido crimine che spacca l’anima, l’omicidio, a cui segue però sempre la ricerca della giustizia, a volte così nuda e cruda da essere inquietante, ma sempre nel linguaggio lucido del bene e del male distinti come impone la morale senza compromessi della fede cristiana.
Una anglicana attratta dal rito cattolico
C’è qualcosa nel giallo, nel thriller, persino nel noir che rimanda inevitabilmente alla dimensione non materiale e materialista dell’esistenza, misteriosa nel senso più nobile del termine, e i grandi scrittori di quei generi sono sacerdoti laici, ma spesso di fede, di questo senso profondo dell’oltre, che porta persino alle soglie del sacro.
Agatha Christie era un’anglicana di quella che viene chiamata «Chiesa Alta», conservatrice, filo-cattolica almeno in certe cose. Nutriva infatti simpatia per il cattolicesimo, e non è per nulla scontato fra gli anglicani, specie se convinti. E nel cattolicesimo provava una simpatia speciale per la liturgia.
Il fascino del “vetus ordo Missæ”
La mistica bellezza affatto meramente estetica di quello che viene chiamato «vetus ordo Missæ» (la Messa antica in latino, per capirci) l’aveva conquistata. Sì, gli anglicani più conservatori sono stregati dal fascino dei riti, ma è del tutto ingeneroso, e rischia di peccare, dire che il fascino estetico prescinda dalla sostanza. Era la magnificenza della ripetizione del sacrificio incruento di Cristo unica salvezza officiato nella lingua della Chiesa e con gesti resi roccia dal tempo che l’aveva affascinata.
La riforma del 1969 e lo smarrimento
In applicazione della costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Ecumenico Vaticano II, il Messale Romano era però stato revisionato nel 1969: promulgato il 3 aprile da Papa san Paolo VI, entrò in vigore il 30 novembre, inizio del nuovo anno liturgico. Molti ne restarono sorpresi, altri inorriditi.
L’appello dei 57 intellettuali
Fra quanti ebbero il senso che qualcosa di profondo fosse andato smarrito, 57 presero carta e penna per confidare al Pontefice la propria angoscia e chiedere filialmente di retrocedere. Nel 1971 redassero un documento intitolato Dichiarazione di studiosi, intellettuali e artisti residenti in Inghilterra. Erano lo scrittore cattolico Graham Greene, lo scrittore Robert Graves, il filosofo cattolico inglese E.I. Watkin, il pittore e poeta David Jones (amatissimo da T.S. Eliot e W.H. Auden), il famoso critico inglese F.R. Leavis, lo scrittore scozzese Sir Edward Montague Compton Mackenzie (che si era convertito al cattolicesimo), il critico irlandese Seán Ó Faoláin, il direttore (cattolico) di The Times barone William Rees-Mogg, il giornalista e scrittore anglicano Malcolm Muggeridge (divenuto in seguito cattolico), Sir Harold Acton, gli studiosi Nevill Coghill e Colin Hardie (amici di Tolkien e C.S. Lewis), il celebre critico inglese d’arte Sir Kenneth Clark, il poeta laureato Cecil Day-Lewis e persino il leader del Partito Liberale barone Joseph Grimmond, l’intellettuale comunista Philip Toynbee, la scrittrice atea Iris Murdoch, il violinista ebreo Yehudi Menuhin, il filosofo libertario Auberon Herbert e due vescovi anglicani, Robert Mortimer di Exeter e John Moorman di Ripon, accompagnati dal teologo pure anglicano John Murray. Fra loro c’era appunto anche Agatha Christie.
Il valore della liturgia tradizionale
I firmatari parlavano del «magnifico testo latino» della Messa, temevano la cancellazione totale del vecchio rito emblema di una civiltà che non poteva sparire e dicevano: «Nella civiltà materialistica e tecnocratica che minaccia sempre più la vita della mente e dello spirito nella propria espressione creativa originaria ‒ la parola ‒ sembra particolarmente disumano privare l’uomo delle forme che le parole assumono in una delle proprie manifestazioni più grandiose. I firmatari di questo appello […] provengono da ogni ambito della cultura moderna dell’Europa e non solo. Desiderano richiamare l’attenzione della Santa Sede sulla terribile responsabilità che essa assumerebbe nella storia dello spirito umano qualora rifiutasse di permettere alla Messa Tradizionale di sopravvivere, anche se questa sopravvivenza avvenisse accanto ad altre forme liturgiche».
L’indulto di Agatha Christie
Fu il cardinale inglese John Carmel Heenan a recapitare l’appello al Papa. San Paolo VI lo lesse in silenzio, scorse l’elenco dei firmatari e d’improvviso si fermò, levando la voce: «Ah, Agatha Christie», disse. Fu in quel momento che acconsentì alla richiesta. Una lettera inviata da mons. Annibale Bugnini, segretario della Congregazione per il culto divino, al card. Heenan, datata 5 novembre 1971, comunicava che il Pontefice aveva concesso agli Ordinari inglesi e gallesi la facoltà di permettere, per certi gruppi di fedeli e in occasioni speciali, l’uso del vecchio Messale. L’effetto sperato di quello che da allora e per sempre è l’«Indulto di Agatha Christie».








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