Francia
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I vescovi: «Invocare una "legge di fratellanza" quando si tratta di uccidere è una menzogna»
Mentre il Senato francese dal 20 al 26 gennaio si prepara a esaminare un disegno di legge che legalizza l'eutanasia i vescovi pubblicano un documento: «perché una nuova legge? Presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici»
16 Gennaio 2026 - 12:15
Il cardinale Aveline (Imagoeconomica)
Siamo pur sempre nella nazione che ha festeggiato l'ascesa dell'aborto a diritto fondamentale iscritto nella Costituzione illuminando a giorno la Tour Eiffel, nel marzo del 2024. Ora c'è un altro figliastro di questa famiglia disfunzionale dei diritti infondati che sta facendo a sua volta una folgorante carriera. Si tratta della legislazione su eutanasia e suicidio assistito, celebrati come pietà, esercizio della ben nota fraternité alla giacobina, avanguardia di progresso. Ma in Francia i vescovi cattolici hanno levato forte e chiara la voce della Chiesa: a difesa del valore della vita umana, a custodia dei fondamenti etici che quella legge invece tradisce, a protezione di tutti. Invitano tutti i cittadini di buona volontà a chiedere conto ai senatori di ciò che intendono fare, chiedendo loro di opporsi con forza alla deriva mortifera che questa norma renderebbe tragicamente inarrestabile, come ormai è evidente dalla situazione dei paesi che già da anni hanno legislazioni simili.
Dunque i pastori francesi hanno parlato, e con una nettezza che dovrebbe vedersi anche altrove, in circostanze analoghe. Il messaggio che hanno reso pubblico è del Consiglio permanente della CEF (Conferenza episcopale francese). Si tratta di un discorso solenne, intitolato "La vita non si cura dando la morte". Una frase essenziale che mostra la natura perversa e profondamente antiumana (diabolica, quindi) di questo disegno di legge. Non può essere considerato, questo, un dibattito come gli altri perché intacca la cornice entro la quale si può discutere, quella che segna il perimetro di ciò che è bene e di ciò che non lo è.
Anzi, perverte in finto bene ciò che è male al punto che, una volta approvata questa legge, si arriverebbe a sanzionare chi, in obbedienza alla propria coscienza, si astenesse dal compierlo. «Noi, vescovi di Francia, desideriamo ribadire il nostro profondo rispetto per coloro che affrontano la fine della vita, malattie gravi o incurabili, sofferenza e paura di dipendere dagli altri. La Chiesa ha una lunga storia di accompagnamento dei malati e dei disabili, dei caregiver, degli operatori sanitari e dei cappellani negli ospedali e nelle case di cura, e ascoltiamo l'angoscia di coloro che temono il dolore, la solitudine o la perdita di controllo».
Così esordisce il discorso, che prosegue mettendo in luce la via francese nell'approccio alla cura di chi si avvicina alla morte, caratterizzata dal rifiuto sia di trattamenti aggressivi, sia della morte indotta, per dare spazio al vero imperativo che umanamente risuona in tutti noi: attenuare il più possibile il dolore e accompagnare fino alla fine. Questo ha significato lo sviluppo di una cultura delle cure palliative con sempre maggiore considerazione per i desideri del paziente, per le relazioni, per tutte le dimensioni umane, compresa quella spirituale, insieme alla possibilità eticamente valida della sedazione profonda come via per alleviare il dolore e non per procurare la morte.
«Le cure palliative sono l'unica risposta veramente efficace alle situazioni dolorose delle cure di fine vita, ed esprimiamo la nostra gratitudine ai rappresentanti eletti che, con il loro voto, sostengono l'attuale proposta di legge per la parità di accesso alle cure palliative e il sostegno per tutti.» A cosa serve, dunque, una nuova legge? si chiedono e domandano apertamente ai parlamentari e a tutti i cittadini francesi. Lo sforzo comune deve quindi volgersi alla diffusione capillare e uniforme delle vere cure palliative, in più di un quarto dei casi disattese o insufficienti.
«Come possiamo offrire la morte come opzione quando l'accesso effettivo alle cure, al sollievo dal dolore (i progressi della medicina ci consentono di superare quasi tutti i dolori refrattari), alla presenza umana e al supporto non sono garantiti a tutti? Legalizzare l'eutanasia o il suicidio assistito altererebbe profondamente la natura del nostro contratto sociale. Dietro parole rassicuranti si cela una realtà che il linguaggio tende a nascondere. Presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. Non ci si prende cura della vita dando la morte.
In particolare, rifiutiamo la strumentalizzazione di concetti essenziali come dignità, libertà o fraternità. Ribadiamo con forza che la dignità della persona umana non varia in base al suo stato di salute, alla sua autonomia o alla sua utilità sociale; è insita nella sua umanità, fino in fondo. È inalienabile.» Squarciando ancora più largamente il velo di menzogna che avvolge di falsa pietà queste norme, mostrano quale sarebbe il loro impatto culturale e dis-educativo su tutti, gravando di più in modo crudele e inaccettabile proprio sui più fragili e sofferenti.
«(...) Attribuire il peso della scelta della morte a un malato, a una famiglia o a un'équipe medica formata per guarire e non per uccidere, significa negare il mistero di comunione che ci lega. Paul Ricoeur ci esortava a «pensare alla responsabilità che abbiamo verso gli altri, affidati alle nostre cure e alla nostra protezione, e non solo alla responsabilità che abbiamo verso noi stessi». Fanno appello alle coscienze dei politici, chiedono che la causa della vita sia considerata per quello che è davvero: non un punto tra gli altri all'ordine del giorno, non un argomento che riguarda solo una parte politica, bensì un mistero che ci riguarda tutti: «da accogliere, con l'ascolto attento di chi è trafitto dalla sofferenza e con umiltà: ci vuole molta umiltà per mostrare un briciolo di umanità».
Con le domande finali mostrano quale sia il vero dilemma, questo sì epocale, che la Francia si trova ad affrontare, e come lei altre nazioni che seguono come topolini il pifferaio tragico del progressismo: umani o non umani? orientati al bene o decisi a spargere la morte come polvere sottile nell'atmosfera che respiriamo tutti? «Il voto davanti ai rappresentanti della Nazione implica quindi non solo una scelta individuale, ma anche una scelta sociale. Perché, al di là del "suicidio assistito", è la questione del significato della vita, della sofferenza e della morte che ci pone di fronte. Una vita umana, per quanto indebolita, può essere considerata inutile al punto da essere scartata? Siamo esseri perfettamente autonomi o persone che stringono alleanze per prendersi cura gli uni degli altri? L'angoscia umana sulla soglia della morte è un'assurdità da cancellare o una condizione della nostra esistenza da alleviare e sostenere?»
Con santa Giovanna d'Arco potremmo accompagnare questa degna lotta che dovrebbe vedersi accesa con altrettanto onore anche entro i nostri confini: Bisogna dar battaglia perché Dio doni vittoria.












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