Fede vissuta
Fede vissuta
Martina, morta a 16 anni per un tumore al cervello: «Senza la fede non ce l’avrei fatta»
Diego e Silvia ricordano in questa intervista la figlia Martina Gabbiani: la malattia, la fede e la speranza che ha cambiato la loro vita.
14 Marzo 2026 - 00:05
«Cosa stai facendo qui per salvarci, o Dio?». Questa domanda diventa un grido soffocato che fatica a uscire quando una vita viene resa al Padre nel fiore degli anni. Con questa domanda nel cuore don Vincent Nagle si reca a Carate Brianza nella casa di Martina Gabbiani (9 agosto 2007-27 dicembre 2023), dove incontra anche i suoi genitori Diego e Silvia, sua sorella Cecilia e i suoi nonni. Una famiglia allargata diventata poi anche un luogo d’incontro con tanti amici e con quanti hanno accompagnato Martina lungo il suo calvario per un tumore al cervello particolarmente aggressivo che in dieci mesi l’ha portata tra le braccia del Padre a soli 16 anni. «O Dio, che cosa stai facendo qui, in questa circostanza, in questa persona, in questa casa? È così che ci stai salvando? Che opera stai svolgendo tu, o Dio Salvatore?».
A queste domande rispondono i ricordi vivi e le testimonianze preziose di quanti l’hanno conosciuta e amata - genitori, parenti, amici, educatori - condensati nel recente volume Martina. Hai risvegliato molti cuori (Ares 2025, pp. 288) scritto da Anna Ballarino e Anna Grillo, due insegnanti e amiche intime di Silvia, la madre di Martina. Pochi minuti dopo la morte della figlia sedicenne, Silvia inoltra questo messaggio: «Per Martina ormai la promessa della felicità eterna si è compiuta, lo dico con grande gioia e infinito dolore. Gioia di una mamma che sa che la figlia può finalmente vedere il volto del Padre buono e assaporare la Sua bellezza, e dolore per non poterla più abbracciare. Vi ringrazio tutti e vi chiedo di continuare ad accompagnarci come segno della Sua compagnia in questa meravigliosa avventura che è la vita». Ascoltando Diego e Silvia Il Timone si accinge dunque a entrare in punta di piedi non tanto nel dolore lancinante di due genitori che hanno perso una figlia - per esprimere il quale misteriosamente non esiste alcun vocabolo nella pur ricchissima lingua italiana, che pure nomina gli ‘orfani’ ma non i genitori che sopravvivono ai loro figli - quanto piuttosto nella granitica speranza che la loro figlia ora già goda di quella comunione piena d’Amore che li attende un giorno nel Cielo.
Diego e Silvia, se doveste descrivere vostra figlia Martina a chi non l’ha conosciuta come la presentereste?
Silvia: «Mia figlia è il suo sorriso. Ha sempre approcciato tutto con un grande sorriso, che talvolta poteva venire anche frainteso quale segno di superficialità. Al contrario tale sorriso costituiva la sua modalità di approccio alla realtà. Martina ha sempre cercato e voluto di più, tanto nelle cose materiali quanto nelle relazioni; nutriva un profondo desiderio di conoscere sempre di più, di avere sempre di più, di andare un po’ oltre a quello che c’è qua. Poi è stata una ragazza molto serena nel rapporto con noi come nei vari inizi d’asilo e di scuola, e molto positiva - che non vuol dire che non abbia fatto fatica nella vita -, nella misura in cui si poneva sempre con sguardo positivo anche di fronte alle difficoltà, aprendosi sempre a raccontarci quanto le accadeva».
Diego: «A me quello che ha sempre colpito di Martina, anche rispetto magari alle ragazze della sua età, è che era una ragazza molto semplice e sempre lieta. Come accennava Silvia, amava stare in compagnia, in mezzo alla gente, le piaceva stare fuori casa soprattutto con i suoi amici ma anche con gli adulti, in semplicità di cuore; una semplicità che esplose nel periodo della malattia in maniera abbastanza evidente. Aveva tante passioni, in particolar modo adorava la danza, il buon cibo e viaggiare».
Volendone delineare la personalità con tre aggettivi?
Diego: «Solare, genuina e generosa».
Silvia: «Semplice, sorridente, serena e positiva».
C’è un episodio della vita di Martina che desiderate raccontare in quanto emblematico della sua personalità?
Diego: «C’è in particolare un aneddoto che testimonia la sua grande generosità, che si manifestava nel preoccuparsi sempre prima degli altri che di se stessa. Dopo la prima operazione avevamo iniziato il ciclo di chemioterapia e radioterapia, per cui tutti i giorni dovevo accompagnarla a Milano all’Istituto dei Tumori a fare queste terapie. All’inizio c’era un po’ di tensione e di preoccupazione rispetto al suo stato di salute, anche perché stavamo andando a fare una cosa di cui non conoscevamo ancora bene gli esiti, in quanto non sapevamo come avrebbe reagito alle sessioni di radioterapia. Andavamo in macchina e, parcheggiando un po’ distante dall’Istituto perché non si trovava posto lì vicino, dovevo poi accompagnarla con la sedia a rotelle per un breve tratto. Lungo il tragitto incontriamo una persona povera che chiedeva l’elemosina, alla quale io non avevo neanche fatto caso proseguendo innanzi, anche perché ero assorto nei miei pensieri e preoccupazioni di un papà che stava portando la figlia a fare un ciclo di radioterapia. Lei invece è sempre stata molto attenta ai bisognosi che incontrava, per cui mi ha fermato dicendomi: “Aspetta papà, torna indietro!”. Ha voluto salutare quella persona e mi ha sollecitato a darle qualcosa. Quest’episodio mi ha colpito non tanto per il gesto in sé ma perché ripensandoci - sebbene fosse una ragazzina di 15 anni alla quale avevano appena comunicato che aveva un tumore, che era stata operata e doveva proseguire le terapie -, Martina aveva comunque attenzione alla realtà che la circondava e, accorgendosi che c’era una persona bisognosa, ha saputo richiamare a questo suo padre che non se n’era accorto».
Silvia: «Oltre alla sua generosità, a me ha sempre colpito il fatto che Martina era molto decisa nel sostenere quello in cui credeva davanti agli altri, anche in situazioni non semplicissime. Premetto che, non appena scopre di avere un tumore, avviene in lei una maturazione repentina nella fede e comincia a entrare in una relazione più profonda con il Signore. Un giorno, durante l’ora di religione, si parlava della fede in Cristo nel momento della prova e della sofferenza e i suoi compagni sostenevano che nel dolore ciascuno doveva comunque in sostanza cavarsela da sé. Allora Martina, alzandosi in piedi, replica loro: “Pensate a me: se non avessi la fede, come potrei affrontare tutto quello che sto affrontando?”. Ecco Martina è sempre stata così decisa e ferma nel difendere con semplicità ciò in cui credeva e ciò che amava».
Quanto conta, per Martina, la comunità di amici di Gioventù Studentesca dentro la sua esperienza di fede?
Diego: «Pur essendo cresciuta in una famiglia partecipe del movimento di Comunione e Liberazione, Martina inizialmente frequentava poco tale gruppo fino a quando, poco prima di ammalarsi, durante una vacanza invernale insieme con loro, ha incontrato e conosciuto tanti amici e da allora non si è più staccata da questa compagnia, alla quale si è avvicinata con la semplicità e ‘inconsapevolezza’ di una quindicenne. Aveva trovato un posto nel quale, pur sorridendo e divertendosi insieme, venivano prese sul serio quelle domande di senso che anche lei aveva nel cuore. E questo a maggior ragione nel periodo della malattia, quando lei si è attaccata con le unghie e con i denti a questa compagnia di amici».
Silvia: «L’unica cosa che mi viene da aggiungere è che tale gruppo di amici è stata il modo in cui il Signore si è maggiormente manifestato a lei e le è venuto incontro».
«Voglio essere operata ancora perché sento Gesù al mio fianco. Non ho paura, Gesù mi vuole bene. Lui vuole le cose per il nostro bene, per questo sono tranquilla». Queste parole di Martina testimoniano la sua fede, anche e soprattutto nel tempo della prova.
Silvia: «Prima di ammalarsi, Martina aveva un po’ di dubbi di fede per cui, come tanti suoi coetanei, non voleva andare a Messa. Io ho assistito proprio - lo dico sempre a mio marito - a una trasformazione radicale in tal senso avvenuta nell’arco di pochi giorni. Io e lei entriamo il sabato in ospedale e di lì, dopo che ci hanno comunicato la diagnosi, non siamo più uscite, in quanto il mercoledì della settimana seguente sarebbe stata operata. Ricordo che il martedì, mentre eravamo in bagno, Martina non riusciva a muoversi e io cercavo di aiutarla. All’improvviso si gira verso di me e mi dice: “Senti mamma, ma senza la fede la gente come fa a vivere queste cose?”. In quel momento io sono rimasta attonita, poi ho cominciato ad assistere al suo abbandono graduale nella fede: il Signore l’ha presa per mano, dopo il suo sì, assecondando la sua libertà. È stato un cammino in crescendo, anche rispetto alla seconda operazione che la spaventava particolarmente, durante il quale lei si affidava sempre più a Gesù. Ciò non vuol dire che non stesse male, però era comunque come certa di quello che le stava succedendo. Una certezza che poi, ecco, ci ha trascinati».
Diego: «Quello che ha caratterizzato Martina è stato proprio il suo dire ‘Sì’: probabilmente all’inizio in maniera un po’ inconsapevole; poi, col passare del tempo, di questo sì paradossalmente, anche con l’aggravarsi della situazione, diventava sempre più cosciente. Attraverso tale assenso il Signore ha così potuto operare in lei, fino al punto che Martina era come se fosse libera dall’esito. Ciò naturalmente non significa che non desiderasse la propria guarigione; al contrario voleva guarire con tutte le sue forze e fino all’ultimo abbiamo chiesto il miracolo della guarigione. Però paradossalmente, soprattutto nell’ultimo mese e mezzo - quando si era aggravata tantissimo e, anche se non ce l’aveva detto, aveva capito che stava morendo -, era addirittura più serena, proprio perché completamente affidata. Probabilmente aveva fatto esperienza in quei mesi di questo amore attraverso i suoi amici, la sua famiglia, i medici e tutti quanti si erano presi cura di lei; un Amore che era più forte del dolore che stava sopportando - come ella stessa ha più volte ripetuto -, che la rendeva in qualche modo tranquilla rispetto a quello che le stava accadendo e sarebbe avvenuto».
«Prima credevo perché me lo dicevano i miei genitori, adesso con la malattia credo perché ho fatto esperienza della presenza di Dio», afferma Martina nel corso di una testimonianza resa in classe con il sorriso, secondo quanto ricorda un suo professore. Eppure ci sono stati dei momenti, quando le sofferenze si facevano più acute, in cui Martina si è domandata, magari anche gridando al Padre i suoi dolori, “Mamma, cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”.
Diego: «A volte certo c’erano momenti in cui la paura e la rabbia prendevano il sopravvento. Ricordo serate in cui urlava piangendo con lo sguardo rivolto al cielo: “Perché a me, perché a me?”. A vederla così mi si spezzava il cuore e pregavo il Signore di prendere me al suo posto. Ma anche in quei momenti lei era in rapporto con Lui, lei chiedeva a Lui, in quel grido c’era la domanda del primo giorno della diagnosi: “Signore, promettimi che non mi stai fregando, promettimi che tu sei il Bene per me”. Quando aveva paura mi chiedeva di recitare insieme il rosario oppure di portarla a Messa e io, stando con lei, imparavo a guardare dove lei guardava».
Silvia: «C’è un messaggio di Martina che risponde in maniera puntuale proprio a questa domanda: “C’è stato un periodo in cui chiedevo a Gesù di farmi morire, perché non riuscivo più a sopportare di soffrire in questo modo, ma adesso, nonostante il tumore, sono felice, perché l’amore che sto ricevendo è più grande del dolore che sto sopportando”. E ancora diceva: “Adesso vedo quanto sono amata, quanto mi amate, l’amore è al centro della mia vita”, confermando una lucida e intima consapevolezza di quanto Martina sperimenta proprio nel tempo della prova e della sofferenza.
«L’Amore supremo riesce a tenere insieme il dolore per la distanza, il vivissimo desiderio della vicinanza e una profonda certezza di bene e di compimento». Quale è dunque la più grande eredità spirituale di Martina per voi genitori?
Diego: «A Silvia ogni tanto dicevo e ripeto ancora oggi scherzando che sarà un problema stare all’altezza del ‘sì’ di Martina al disegno d’amore del Padre ed è proprio così, perché lei ci ha fatto sperimentare che non esiste circostanza al mondo che possa impedire a Lui di manifestarsi. Vorrei riuscire a vivere il resto della mia vita con la stessa intensità e fede di Martina, completamente abbandonato nel Suo abbraccio».
Silvia: «La certezza del Paradiso, che Lui c’è, dà la serenità per affrontare ogni cosa. Dio ci ha mostrato attraverso Martina l’essenza delle cose, ci ha mostrato la fragilità umana che prende senso solo in rapporto con Cristo. Martina mi ha mostrato la vera vita, è stata ed è per me la salvezza, mi ha innalzato lo sguardo. Mi ha anche insegnato ad amare veramente, quell’amore che non è possesso ma apertura verso il destino dell’altro, certi di un progetto di bene su ognuno di noi».
Quale invece il suo testamento spirituale di cui poter far tesoro da parte di quanti l’hanno conosciuta e continuano a volerle bene nella comunione dei Santi?
Silvia: «Con lei ho avuto la certezza dell’esistenza dello Spirito Santo, di Dio. Questa verità è quella che mi sostiene adesso per cui, anche se mi manca mia figlia e il dolore fa male, ho la serenità del cuore, nel senso che sono certa e lieta che lo Spirito Santo agisce, l’ho visto in Martina e lo vedo in me, e Dio è Dio e c’è veramente se opera! Di qui io nel lavoro e nelle cose che faccio scelgo e decido guardando il Cielo, consapevole che tutto quello che c’è qua mi serve per guadagnarmi il paradiso, per cui scelgo per un bene e non per me, perché qua lascio tutto e l’eternità è di là».
Diego: «Quello che fermamente continuo a dire, che ho appreso da lei e che Martina testimonia a beneficio di tutti è il tema della speranza, una speranza che si fonda su una certezza - che è poi quello che diceva Silvia - cioè la certezza che Dio vince in qualunque circostanza, anche nella circostanza di una malattia inguaribile in un adolescente: Dio vince anche quella circostanza perché in Cristo ha già sconfitto la morte, per cui anche tale realtà è salvata dal fatto che Lui è risorto. Noi abbiamo vissuto e dunque fatto esperienza di ciò, per cui possiamo guardare al futuro avendo negli occhi e nel cuore la certezza che tutto è salvato».









Facebook
Twitter
Instagram
Youtube
Telegram