Venerdì 13 Marzo 2026

VOCAZIONE

«Non siete soli!». Un giovane prete scrive ai confratelli in crisi

Mentre (il non più don) Alberto Ravagnani spopola sui media nuovi e vecchi raccontando perché ha lasciato il suo ministero, una lettera arrivata in redazione ci ricorda che il sacerdozio è innanzitutto sacrificio e profonda vicinanza a Cristo

"Non siete soli!" Un giovane prete scrive ai confratelli in crisi

Foto Ai

Il caso don Ravagnani - a cui abbiamo dedicato la copertina della rivista del mese di marzo insieme ad un Primo piano incentrato sulla crisi del sacerdozio - continua a scuotere le coscienze dei fedeli, ma anche dell'opinione. Volentieri pubblichiamo quindi la lettera appello di Don Giorgio Bigazzi rivolta ai suoi confratelli, ma in realtà rivolta a chiunque sia parte della Chiesa. (L.B.)

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Carissimi fratelli nel sacerdozio in questi ultimi tempi, soprattutto per l’enfasi dei mezzi di comunicazione, si è parlato molto di alcuni casi di crisi e difficoltà nel vivere la chiamata al sacerdozio che, sì indegnamente, ma per volontà di Cristo a noi è stata rivolta. Dopo aver riflettuto e pregato ho pensato di scrivere a voi una parola che non viene dall’alto di una carica ecclesiastica, ma dall’ultimo, giovane e sicuramente inesperto vostro fratello che ha però sinceramente a cuore la vostra difficile situazione e prega per voi.

Sono convinto che le fatiche del ministero sacerdotale sono tante e non sempre facilmente superabili, tuttavia la nostra particolare conformazione a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, esige che la nostra vita a Lui debba essere conformata, anzi direi sacrificata. Possono sembrare vuote queste mie parole, belle sì ma sentite centinaia di volte, eppure vi assicuro che mi vengono dal cuore perché anche senza conoscervi personalmente vi considero famiglia!

Forse tante volte e in perfetta buona fede siamo partiti dai nostri seminari con una bella motivazione, idee per la testa, pensavamo tutti di poter in breve tempo “cambiare il mondo”. Eppure ci siamo trovati a contatto con una realtà di fatti e di uomini concreti molto spesso non corrispondenti ai nostri ideali che, diciamolo pure, altro non erano che meravigliosa teoria…

È male questo? No certo, è lo straordinario entusiasmo che anima ogni giovane sacerdote. Scontrandoci però con questa realtà ci si rende ben conto di come ci sia chiesto da Dio di fare noi i primi passi verso il nostro prossimo, perché difficilmente avverrà il contrario. San Giovanni infatti ci ricorda che è il pastore per le pecore e non le pecore per il pastore. Ricordiamo sempre però che il nemico ha paura di noi! Per questo cerca ogni mezzo per distruggerci.

Il diavolo teme coloro che offrono la propria vita a Cristo per la salvezza delle anime. Sì miei cari, anche se può sembrare un discorso fuori moda, è per questo che Dio ci ha voluti, pensati, scelti, chiamati e a lui conformati! Soffermiamoci spesso a meditare su questo…

Quanto è grande il potere, immeritato, che ci ha donato Gesù, ci vengono certamente alla mente le sue parole a Pietro: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Amati fratelli possiamo forse pensare che, in un certo senso, Cristo non rivolga anche a noi suoi ministri, scelti e desiderati, queste stesse parole? Sì Egli ci ha dato il potere di rimettere i peccati, di aprire le porte del Paradiso. Egli viene tra le nostre mani quando pronunziamo dalla sua bocca quelle parole di salvezza: “Questo è il mio corpo”, “Questo è il mio Sangue”.

Alter Christus è il sacerdote! Lo ha ricordato, proprio in questi giorni, il nostro amato Santo Padre. Come è bella, soave, meravigliosa e infinita grande questa espressione, vi è racchiusa tutta la fiducia che il Signore, nel suo stupendo modo di amarci, ripone in noi! “Ne costituì dodici perché stessero con lui”. Non voglio certo, in questa povera lettera che con affetto mi sono permesso di scrivervi, fare una disquisizione teologica su quanto sia fondamentale il celibato sacerdotale. Vi sono i molti documenti della Chiesa che ben conosciamo, è però quasi sempre uno dei principali motivi portati da chi vive una dimensione di crisi, motivandola e talvolta credendola una giustificazione. Di solito la si esprime con un “mi sento solo”.

Certo questo può capitare, siamo umani, fragili e deboli anche noi… Sentiamo la difficoltà e la stanchezza della nostra vita. Quante volte abbiamo visto sfumare in un baleno eventi, piani pastorali curati nei minimi dettagli, insomma progetti a cui tanto tenevamo e per i quali abbiamo speso tempo e fatica. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”. Miei cari, scusate se lo dico in maniera così semplicistica, ma mi è più facile… non abbiamo bisogno dell’amore di una donna che stia con noi, forse siamo noi che non stiamo più abbastanza tempo con Dio.

Il nostro essere sacerdoti esige sempre esclusività per il Signore, non c’è posto per altri legami è Lui e soltanto Lui che ci vuole tutti per sé! Quando cominciamo a sentire il bisogno di qualche cosa d’altro è sintomo che non stiamo vivendo quel legame con tutto noi stessi.

Penso che a tutti noi abbiano rivolto questa domanda: “Come mai tu così giovane hai scelto di farti prete?” con un certo orgoglio avremo risposto con le parole di Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!”. Potrà venirvi un sorriso, ma era proprio la risposta giusta!

A volte però può capitare che, anche per vari vicissitudini, non stiamo abbastanza tempo con Colui che ci ha scelto. Ecco perché ci sentiamo soli. Allontanandoci da chi ci protegge e addentrandoci nella selva del mondo, dove si nascondono lupi rapaci, rischiamo di perderci e, anche inizialmente senza volerlo, non riusciamo più a ritrovare la strada di casa! Le lusinghe terrene allora ci abbaglieranno e ci porteranno via tempo, così pian piano, senza rendercene conto, non avremo più una vera vita spirituale, non ci accosteremo più al Sacramento del perdono, abbandoneremo il breviario (che non è mai recitato da soli ma con tutta la Chiesa), celebreremo la santa Messa solo quando sarà strettamente necessario e ahimè talvolta in peccato mortale. Lungi da me, vi assicuro, il voler essere crudo ma per curare il male bisogna riconoscerlo e chiamarlo con il proprio nome.

Certo per far questo abbiamo bisogno di essere aiutati! Ritorniamo, o forse meglio, cominciamo a vedere nei nostri Vescovi e Superiori dei padri invece di passare del tempo a giudicarli. Sicuramente anche loro potranno sbagliare, ma pensate che Gesù, che li ha posti per noi come guide, non risponderà attraverso di loro al grido di aiuto di un suo sacerdote? Parlate con loro! Io non credo che vi possa essere un Vescovo che non voglia per nulla bene ai suoi preti… Lo ripeto identificata la malattia e chiamata con il proprio nome sarà più facile curarla!

Non ringraziamo quei sacerdoti che, apparentemente con coraggio, gridano ciò che come tentazione può venire in colui che attraversa una crisi. Non è quello un grido coraggioso, ma di aiuto, di smarrimento che diventa sete di una libertà mal cercata perché lontana dalla sua fonte che è Cristo! Sempre e solo lui può darci la vera libertà: quella di aver risposto alla sua chiamata e averlo seguito.

“Chi mette mano all’ aratro e poi si volge indietro non è fatto per il Regno dei Cieli”. Credo sia veramente difficile che un uomo che ad essere sacerdote non lo sia per volere di Dio… si può però rovinare la propria vocazione. Quale dunque può essere la cura? Ricordiamoci di quel povero e ignorante contadino che stupì anche il Santo curato d’Ars: “Cosa fai sempre qui davanti al tabernacolo senza dire una parola?” - “Signor curato io lo guardo e lui mi guarda!”.

Fratelli miei torniamo al Tabernacolo, passiamo del tempo con Gesù! Come potremo superare le difficoltà della nostra vita senza la sua forza… non basta la nostra! Torniamo alla Confessione e come Pietro rivolgiamo a Cristo il nostro grido: “Ti prego Signore salvami!” Gesù è lì non per condannarci ma per rialzarci. Torniamo ancora, ogni giorno, a celebrare puri la SS. Eucarestia, preparandoci ad essa, soffermandoci e vivendo in prima persona il Sacrificio che celebriamo. Ripetiamo le parole della Consacrazione senza fretta, con amore, meditando su ciò che in quel momento accade. Sentiremo di nuovo quel qualcosa che non si può esprimere a parole, ma che abbiamo tanto atteso negli anni della nostra formazione quando la madre Chiesa ci portava proteggendoci e nutrendoci nel suo grembo. Non è impossibile tornare indietro, uscire da una crisi, perché “Nulla è impossibile a Dio”.

Vi è ancora una cosa necessaria: l’umiltà. Chiediamola allora, con il santo Rosario quotidiano, all’umile Ancella del Signore! Maria mai ci abbandonerà, siamo i suoi figli prediletti, anzi sempre ci sosterrà nel faticoso cammino della nostra vita. È madre premurosa! Non dobbiamo temere, sarà lei a disinfettare e fasciare le nostre ferite e quando saremo nuovamente in grado di camminare, ci accompagnerà indicandoci la vera Via dove insieme pastore e gregge giungeranno all’ eterno abbraccio di amore del Padre! Allora saremo realmente liberi!

Perdonate questa riflessione, che in nessun modo vuole essere strumento di giudizio, ma una parola che viene dal cuore di un sacerdote che vuole bene a tutti i suoi fratelli be insieme a tanti altri prega per voi… beneditemi e pregate per me!

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