Falsi diritti
L'eroismo di Tomas Tyn
31 Gennaio 2014 - 06:02
Il coraggio di un padre domenicano.
Condusse la buona battaglia insegnando e predicando. Ebbe molti nemici, ma la Chiesa gli riconosce il titolo di "Servo di Dio". Offrì in sacrificio la sua vita per la liberazione della sua patria dal comunismo.
I lettori di questa rivista hanno già avuto modo di far conoscenza del Servo di Dio Padre Tomáš Týn leggendo il bell'articolo del prof. Maurizio Schoepflin nel numero del gennaio scorso.
Come Postulatore della Causa di Beatificazione di Padre Tomáš, mi sono sentito spinto anch'io ad offrire a questo periodico un mio modesto conti tributo per due motivi: primo, perché in forza del mio ufficio devo far conoscere la "fama di santità" del Servo di Dio; secondo, perché una delle note principali della santità di Padre Tomáš - la predicazione sapiente e coraggiosa - ha stretta relazione con l'attività apologetica, disciplina connessa con lo scopo stesso di questa rivista.
Affinché poi la fama di santità di un Servo di Dio possa esser presa in considerazione dalla Chiesa in vista di un'eventuale beatificazione o canonizzazione, la legge canonica prescrive che si devono dimostrare le "virtù eroiche" del candidato.
Che cosa s'intende per "virtù eroica"? Non è altro che la virtù cristiana esercitata con perfezione, facilità, continuità e in circostanze difficili, sì da costituire un modello di comportamento per i fratelli di fede e anche per ogni uomo di buona volontà.
Ora, come è facile notare nella storia dei santi, ognuno di essi, benché perfetto in tutte le virtù, risplende sempre in modo speciale in una di esse. Ebbene, Padre Tomáš era un domenicano, un "Frate Predicatore", secondo la denominazione assegnata dalla Chiesa a questa famiglia religiosa fondata dal sacerdote spagnolo san Domenico di Guzman agli inizi del sec. XIII.
Ebbene, la virtù verso la quale san Domenico e i suoi figli e figlie si sono sempre sentiti portati è quella del coraggio nell'annuncio del Vangelo, fatto con zelo ed argomenti convincenti (ecco l'apologetica!), in comunione col Papa e la Chiesa, senza temere difficoltà ed ostilità, a costo stesso della vita.
Ora, la virtù che particolarmente eccelle nel domenicano teologo e predicatore padre Tomáš è precisamente un coraggio che io non esito a definire "eroico", nell'annuncio della verità cattolica, secondo il motto dell'Ordine, che, come è noto, è Veritas. Ci sono infatti tanti tipi di coraggio, che possono giungere sino al martirio: coraggio nel difendere i deboli contro i prepotenti, coraggio nell'assistere malati di malat-I t/e infettive, coraggio nel promuovere una riforma della Chiesa, coraggio nel guidare il popolo di Dio, e così via.
Il martirio amato dal domenicano è il martirio per amore della verità di fede, in odium fidei, com'è l'espressione canonica che designa appunto formalmente il martirio. È quindi il martirio nel senso più proprio e formale. Infatti, se la Chiesa ha proclamato "martire", per esempio, una Maria Goretti, morta per difendersi da una violenza sessuale, lo ha fatto in quanto ha ravvisato nel gesto di Maria la testimonianza di una fede tradotta in condotta di vita.
Il domenicano diffonde la verità evangelica in molti modi: ordinariamente per mezzo del dialogo pacato e sereno, della predicazione liturgica, della serietà accademica, della perorazione dotta, della retorica raffinata, come pure nei toni della calda esortazione morale, della semplicità popolare, della bonomia amichevole fino a quello addirittura scherzoso e faceto.
Ma in alcune circostanze che possono essere anche drammatiche, allorché si tratta, in materia di fede e di morale, di contrastare forze potenti e pericolose, il domenicano dà la prova di quanto è capace di fare come operaio del Vangelo, a costo di restare isolato e di ricevere attacchi anche da ambienti ecclesiali deviati.
Così il santo domenicano è un santo battagliero.
Ciò è evidente dal modello che già il santo Fondatore si era prefisso: S. Paolo, del quale portava sempre con sé le Lettere, benché egli portasse con sé anche il Vangelo di Matteo, a significare l'anima popolare e conciliante della predicazione domenicana, accanto a quella paolina, dotta e coraggiosa.
Naturalmente sappiamo che nel passato i domenicani sono caduti in eccessi in questo campo. Ma ciò non offusca per nulla la bellezza dell'ideale della "buona battaglia" e la sua perenne attualità, anche se naturalmente essi oggi sanno bene di dover usare metodi più evangelici e più rispettosi delle persone.
Padre Tomáš manifestò questo coraggio in molti modi. Volle farsi domenicano, ma pronto a lasciare I un ambiente infedele ai doveri istituzionali dell'Ordine. Egli così si fece domenicano in Germania negli anni dell'immediato post-concilio, segnati, soprattutto in quel Paese, dalla famosa "contestazione", la quale, col pretesto del rinnovamento conciliare e di un malinteso incontro con la modernità, si i sentì autorizzata a mettere in dubbio anche i valori tradizionali più sacri del cattolicesimo.
Fu così che Padre Tomáš lasciò la Germania e continuò la sua formazione nel convento domenicano di Bologna, dove l'allora superiore Padre Enrico Rossetti aveva raccolto attorno a sé, da vari Paesi esteri, giovani intenzionati a realizzare l'ideale domenicano in piena comunione con la Chiesa e coli Papa. Ma anche l'ambiente bolognese, secolarista e sinistreggiante, non risparmiò a Padre Tomáš sofferenze ed ostilità. Le quali però egli seppe volgere a suo favore per rafforzare ulteriormente la sua virtù, fino a farla giungere all'eroismo, come è testimoniato dalla serenità d'animo che seppe mantenere e dalla rinuncia a qualsiasi reazione estremista - stava nascendo allora il lefevrismo -, mentre solo si fosse piegato, con le prodigiose doti intellettuali ed umane che possedeva, i modernisti e i filocomunisti gli avrebbero certamente fatto i ponti d'oro.
Padre Tomáš condusse la sua battaglia a due livelli: quello della cultura - era docente nello Studio Teologico domenicano - e quello della predicazione popolare ed omiletica, procurandosi nell'uno e nell'altro campo un buon numero di nemici, accanto, però, a coloro che, imitandone il coraggio, sarebbero stati i divulgatori di quella "fama di santità" che ha indotto la Santa Sede a concedergli il titolo di "Servo di Dio".
Indubbiamente, mentre pochi specialisti sono in grado di giudicare del coraggio di Padre Tomáš nel denunciare sottili errori filosofici e teologici, molti fedeli, meno istruiti, ma aperti alla verità, si sono accorti del pari coraggio col quale egli denunciava i più grossolani errori dell'ateismo, del materialismo o dell'edonismo, fino alla dittatura comunista, che egli sperimentò nella sua Patria, l'allora Cecoslovacchia, tanto da indurre lui e la sua famiglia nel 1968 a riparare nell'allora Germania Occidentale.
Vertice del coraggio eroico di Padre Tomáš fu il sacrificio stesso della sua vita per la liberazione della Patria, come è stato ricordato anche dal prof. Schoepflin nell'articolo che ho citato all'inizio.
Padre Tomáš non ci insegna solo ad aderire alla verità fuggendo l'errore, ma anche che ciò non basta, se poi non abbiamo il coraggio di esporci, di combattere e di • sacrificarci per la sua causa. I buoni ci sono, ma troppi di essi sono paurosi. Sono disposti a sussurrare la verità all'orecchio, ma non a gridarla sui tetti. Come Nicodemo, sono cattolici di notte e transfughi di giorno. Costoro cedono le armi solo per non ricevere qualche appellativo infamante o perché lasciati in disparte o per timore di non far carriera. Si può immaginare cosa I non farebbero se fossero minacciati di morte: sarebbero pronti ad ogni peggiore tradimento.
Padre Tomáš, invece, come dice l'Apocalisse, «ha disprezzato la vita sino a morire»: che cos'è questo, se non coraggio eroico? Il Servo di Dio ci ricorda il severo ma salutare avvertimento di Gesù, che ci dice che al Giudizio universale Egli si vergognerà di chi si è vergognato di Lui.
RICORDA
(Omelie sulle figure di santi del servo di Dio Padre Tomáš Týn O.P., a cura della Associazione "Figli spirituali di Padre Tomáš Týn", Via Altopiano 77 - Sasso Marconi - BO)
IL TIMONE - N. 75 - ANNO X - Lug/Agosto 2008 - pag. 54-55










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