Mercoledì delle ceneri
Mercoledì delle ceneri
Inizia la Quaresima, non annacquiamo la penitenza
Digiuno, astinenza, conversione, rimettiamo al centro di questi 40 giorni tutto quello che il mondo rifiuta e che invece custodisce e nutre il cuore del cristianesimo
18 Febbraio 2026 - 00:05
Foto Ai
C’è un giorno dell’anno in cui la Chiesa ci guarda in faccia e, con una franchezza che oggi sarebbe definita “non inclusiva”, ci dice: ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai. È il Mercoledì delle Ceneri, e già questo basterebbe a distinguerlo da qualunque campagna motivazionale contemporanea. Viviamo in un tempo che promette performance, longevity, upgrade continui. La Quaresima, invece, comincia con una manciata di cenere sulla testa. È un gesto scandaloso. Non perché sia cupo, ma perché è realistico. E il realismo, oggi, è la più grande forma di ribellione.
“Inizia la Quaresima, non annacquiamo la penitenza” andrebbe scritto sui portoni delle chiese come un avviso ai naviganti. Perché il rischio non è che il mondo rifiuti digiuno, astinenza e conversione – lo fa da tempo – ma che noi cattolici li trasformiamo in una versione light, spiritualmente scremata, compatibile con la leggerezza del momento.
Il digiuno non è una dieta detox con sottofondo gregoriano. È un atto di guerra contro l’idolo più venerato del nostro tempo: il desiderio immediatamente soddisfatto. L’astinenza non è un vezzo identitario per cattolici vintage; è il promemoria che non tutto ciò che è possibile è anche buono. La conversione non è un generico “diventare la versione migliore di noi stessi”, ma un’inversione a U dell’anima, una resa senza condizioni davanti alla realtà di Dio.
Se c’è qualcosa che oggi non si dice più sulla Quaresima è che essa è scomoda. E lo è perché prende sul serio il peccato. La parola proibita. In un’epoca in cui tutto è fragilità, contesto, condizionamento, la Quaresima osa dire che il male esiste e che ci riguarda personalmente. Non come categoria sociologica, ma come responsabilità morale.
Eppure, proprio qui sta la sua sorprendente buona notizia. Perché se il male è reale, allora è reale anche la possibilità di essere liberati. Se il peccato è mio, allora non sono condannato a imputarlo per sempre al sistema, alla famiglia, alla società. Posso inginocchiarmi, confessarlo, ricominciare.
Chesterton avrebbe sorriso davanti a certe Quaresime minimaliste, ridotte a “rinuncio al cioccolato”. Non perché il cioccolato sia innocente, ma perché il cristianesimo non è un corso di moderazione alimentare: è l’annuncio che l’uomo è abbastanza grande da cadere e abbastanza amato da essere rialzato. Figuriamoci cosa avrebbe detto al – pur duro e pur valido – “digiuno dai social”.
La cenere sulla fronte è il segno più democratico che esista: ricorda al potente che morirà e al disperato che non è Dio. È il grande livellatore. In un mondo ossessionato dall’autostima, la Chiesa inaugura quaranta giorni di salutare umiliazione. Non per schiacciarci, ma per liberarci dalla tirannia dell’io.
Il mondo rifiuta la penitenza perché la scambia per mortificazione sterile. Ma la penitenza cristiana è potatura: taglia per far fiorire. È disciplina per custodire un bene più grande. È allenamento alla libertà. Chi non sa dire dei “no” non potrà mai pronunciare un “sì” definitivo.
La Quaresima dice quello che nessuno osa più dire: che l’uomo non si salva da solo, ma può essere salvato. Che non siamo fatti per restare polvere, ma per essere risorti. E che, paradossalmente, il cammino verso la gioia passa per quaranta giorni di sobria e luminosa penitenza. (Fonte foto: Ai)











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