Lunedì 16 Febbraio 2026

Teologia

Andrea Grillo critica il Papa che definisce il sacerdote un «alter Christus»

«Formulazione antica? No, mancano fonti certe: è un progetto clericale di fine 1800», tuona il teologo. Ma meglio stare con Leone XIV (e san Giovanni Paolo II)

Grillo

(Una Chiesa a più voci/Imagoeconomica)

A leggere le critiche che il teologo Andrea Grillo ha mosso a papa Leone XIV per aver parlato del sacerdote come «alter Christus» nella lettera inviata ai sacerdoti di Madrid in questi giorni, si ha la vaga impressione che se la sia presa quasi sul personale. Preferiamo però pensare che si tratti di divergenza di pensiero. Una divergenza che sembra formale, ma è a ben vedere dottrinale e dice di due modi opposti di vedere la Chiesa.

In sintesi, Andrea Grillo ha accusato papa Leone di clericalismo per aver recuperato un’espressione «la cui origine», a detta del teologo, «resta avvolta nel mistero». Con tanto di fonti storiche, il teologo ha dichiarato che l’espressione «alter Christus» riferita al sacerdote sarebbe «un’invenzione del XIX secolo» oramai superata dal Concilio Vaticano II. Nella sua critica, Andrea Grillo parte dal Santo amato dal Papa, Agostino. Riportando il suo motto «con voi sono cristiano, per voi sono vescovo», chiarisce che il Santo non abbia mai usato l’espressione «alter Christus» in riferimento ai sacerdoti, ma la riservasse ai cristiani in generale e ai santi in particolare.

Sempre Grillo chiarisce che l’applicazione di questa “etichetta” emergerebbe nel XIX secolo con i papa Pio X, Pio XI, Pio XII per poi riapparire con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Quest’ultimo, che non è propriamente un passante, essendo un Santo, affermava che «il substrato fondamentale del nostro “sacerdozio” è l’“essere cristiano”; la nostra “identità sacerdotale” affonda le sue radici nell’“identità cristiana” (“christianus, alter Christus; sacerdos, alter Christus”)»)Stando al ragionamento del teologo, quest’espressione non troverebbe radici nel passato, ma sarebbe quasi una tendenza passeggera dal sapore conservatore, sarebbe «solo la accentuazione clericale della Chiesa cattolica dopo la perdita del potere temporale». Grillo si spinge poi oltre, accusando il Papa di tradire lo spirito del Concilio Vaticano II che intendeva recuperare la visione agostiniana di una Chiesa dove tutti i battezzati sono «alter Christus» e non solo pochi “addetti ai lavori”.

Con tanto di citazione da La Città di Dio - «consideriamo sacerdoti tutti i fedeli perché sono membra dell’unico sacerdote» - Grillo conclude dicendo che «una chiesa, in cui alter Christus si riferisce non ai battezzati o ai santi, ma ai ministri ordinati, è una Chiesa pensata come societas inaequalis e societas perfecta, secondo la tentazione del cattolicesimo tra il 1870 e il 1950». Che poi, come spiegano in modo esaustivo su Infocatolica, sembra che il teologo abbia preso dal Vescovo di Ippona solo ciò che fosse più congeniale al suo ragionamento. Sembra abbia omesso che per Agostino una cosa è dire che tutti i cristiani partecipano al sacerdozio di Cristo per il battesimo (che è una verità di fede). Un’altra è dire che questa partecipazione cancella la differenza essenziale tra il sacerdozio comune e quello ministeriale. A procedere con la lettura del suo blog sembrerebbe quasi che papa Leone XIV si fosse dato delle arie.

Tuttavia, se si prende la lettera del Papa, la realtà è un’altra. Nel tentativo di incoraggiare i sacerdoti di Madrid a mantenere una «relazione viva» con Cristo di fronte alle sfide del nostro tempo, ha chiarito che oggi la Chiesa intera non ha bisogno di «modelli nuovi» – cosa non scontata viste le ultime trovate del prete influencer che vuole «essere prete senza essere prete» – «né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus, lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate».

Il discorso, comprensibile anche a noi del popolo comune a differenza della lunga dissertazione di Grillo dal sapore accademico, riporta un’importante metafora che il teologo ritiene «forzata e riduttiva», ma che a noi appare toccare il cuore del ministero sacerdotale. Leone XIV non insegna dal pulpito che il sacerdote è “alter Christus” senza mostrare vicinanza e cura dei suoi interlocutori. Il Papa invita i sacerdoti a contemplare la cattedrale elemento per elemento. La facciata, per esempio, «indica, suggerisce, invita» ed è «la prima cosa che si vede», ma non dice tutto.

Così è il sacerdote: visibile ma non protagonista, deve indicare sempre Dio. La soglia, ancora, segna una separazione: «Non conviene che tutto entri dentro, perché è spazio sacro», così il sacerdote vive nel mondo senza essere del mondo: «In questo crocevia si situano il celibato, la povertà e l’obbedienza; non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini».

Sembra semplice, ma rimane difficile a chi vorrebbe tirar fuori «nuove risorse», come propone Grillo, che anche senza scendere nei particolari fa riferimento a un “nuovo” modo di vivere la Chiesa. Se infatti il sacerdote non è alter Christus, ma solo un battezzato qualunque con funzione pastorale, a mo’ di amministratore, tutto cambia. La Messa diviene un «memoriale comunitario» presieduto da un celebrante. La confessione perde il suo carattere sacramentale, e se l’assoluzione perde di autorità divina tanto vale andare a parlare con lo psicoterapeuta. Il celibato è assolutamente illogico e il sacerdozio femminile più di una possibilità.

Papa Leone XIV è ben consapevole dei moti interiori che sta vivendo la Chiesa in tal senso e sa che questo genere di dispute non sono tecnicismi. La sua sembra una risposta moderata e pronta ad annunciare la verità. Quella verità in cui il sacerdote si fa strumento di Cristo per lasciarlo agire attraverso i sacramenti. In cui abbiamo la certa garanzia di venire salvati non dalla bravura e dalla performance dei membri del clero, ma dalla Grazia del sacramento che dipende sempre da Cristo. L’unico che sa bene che anche quando noi non siamo fedeli, Lui continua a esserlo. (Foto:UnaChiesaapiùvoci-YouTube/Imagoeconomica)

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