Culle vuote
Salute
«Le cure palliative sono un vero antidoto al desiderio di morire, ma da molti non sono ancora conosciute»
«Servono cure territoriali per gli anziani e i grandi anziani, per i malati inguaribili o affetti da malattie croniche evolutive». Parla Marcello Ricciuti, direttore di Struttura complessa di cure palliative e Hospice all'Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza – e membro del Comitato nazionale di bioetica
14 Aprile 2026 - 00:05
(Imagoeconomica)
Il Timone ha recentemente pubblicato “Ladri di salute”, libro inchiesta scritto da una giornalista di Mediaset, Natasha Farinelli, nel quale si raccontano, facendo riferimento a casi concreti, le difficoltà serie vissute dai cittadini nell’ ottenere le cure essenziali: terapie di riabilitazione, situazioni di ammalati abbandonati su una barella in ospedale ecc. Tra le cure che non vengono sufficientemente implementate ci sono le cure palliative. Situazioni che abbiamo analizzato e commentato con l’aiuto del dottor Marcello Ricciuti, direttore di Struttura complessa di cure palliative e Hospice all'Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza – e membro del Comitato nazionale di bioetica
Dottor Ricciuti, il Timone ha da poco pubblicato Ladri di salute, libro inchiesta scritto da una giornalista di Mediaset, Natasha Farinelli, nel quale si raccontano – tra cure negate e vite sospese – la difficoltà da parte di tanti cittadini di ottenere, appunto, le cure cui avrebbero diritto, salvo ricorrere (chi può permetterselo) al privato. Vede anche lei, guardando al nostro sistema nazionale nel suo insieme, questo problema? «Premesso che il nostro sistema sanitario universalistico è stato una conquista e tuttora, rispetto ad altri sistemi sanitari europei e d’oltreoceano, tutela maggiormente i cittadini, non v’è dubbio che al momento attuale molti cittadini accedono con difficoltà a diverse prestazioni, alcune anche essenziali, per le lunghe liste d’attesa, per la carenza del personale, da cui una spinta privatistica spesso non scevra dalla massimizzazione dei profitti e, non ultimo, anche per la perdita dello spirito di servizio che ha caratterizzato la medicina nei secoli».
Quali sono, secondo la sua esperienza professionale, le cure che dovrebbero essere maggiormente implementate, e perché? «Se, guardando ai grandi cambiamenti demografici in atto anche nel nostro Paese, proprio si dovesse dire dove investire maggiormente in questo tempo, direi senz’altro nelle cure territoriali per gli anziani e i grandi anziani, per i malati inguaribili o affetti da malattie croniche evolutive, promuovendo l’assistenza domiciliare qualificata e strutture di accoglienza, dagli Hospice alle RSA, o anche promuovendo nuove forme di assistenza integrate fra ospedali e territorio. Questo determinerebbe un decongestionamento degli ospedali, dove spesso vengono ricoverati questi malati, che invece avrebbero bisogno di cure molto meno complesse e costose e più vicine ai loro bisogni, non solo sanitari, ma anche sociali, psicologici e spirituali. E gli ospedali potrebbero dedicarsi maggiormente alle malattie acute con una riallocazione virtuosa delle risorse».
Ha ragione chi dice che una maggiore disponibilità di cure palliative potrebbe rappresentare un ottimo antidoto alle richieste di morte assistita? E se sì, in che modo? «Le cure palliative sono proprio un’espressione di queste cure territoriali, negli Hospice o a domicilio soprattutto, che rispondono ai veri bisogni dei pazienti con malattie inguaribili ed evolutive, a partire dal controllo del dolore e di tutti gli altri sintomi che peggiorano la qualità della vita, ma anche offrendo, attraverso equipe multidisciplinari, supporto psicologico, sociale, e spirituale, in una cura “olistica” che fa sentire il malato e la sua famiglia veramente preso in carico e accompagnato, come diceva la fondatrice delle cure palliative, Cicely Saunders, con “competenza e compassione”. E non c’è dubbio che tali cure rappresentano certamente un antidoto al desiderio di morire prima, spesso sostenuto da una sofferenza non adeguatamente controllata. E lo possono affermare quelli, come me, che da decine di anni seguono questi malati, che chiedono di non essere soli e di non soffrire, quasi mai di morire».
Esiste, al di là della disponibilità e della qualità delle cure palliative, anche un problema di mancata conoscenza sociale della loro importanza? «Certamente, come abbiamo scritto nei due pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica, di cui faccio parte, c’è un problema di diseguaglianza di distribuzione dei servizi di cure palliative sul territori, come posti letto di Hospice e equipe specialistiche domiciliari, con un copertura che probabilmente non arriva al 50%, anche se i dati dei flussi informativi sono ancora imprecisi, ma non c’è dubbio che le cure palliative non sono ancora conosciute dalla popolazione, né come diritto, sancito dalla legge 38/2010, una legge innovativa quanto ancora, come detto, non ben attuata, né nella loro essenza di cure che migliorano la qualità della vita delle persone con malattie inguaribili, di cure “globali” rivolte a tutta la persona, non solo al suo corpo, e alla famiglia, considerata come unità sofferente, e, infine, ma solo infine anche come cure che assicurano una vera “buona morte”, priva di dolore e “addomesticata”, come definiva Philippe Aries la morte del passato rispetto a quella “proibita” del nostro secolo, tanto proibita da voler essere controllata e semmai anticipata».
L’atteggiamento di cura verso la vita sofferente si è diffuso, con la nascita di ospedali aperti ai bisognosi, soprattutto nel Medioevo cristiano. Si tratta di un caso oppure questo, secondo lei, riflette un portato valoriale del Cristianesimo. «Il concetto di “cura”, già presente nell’antichità, ma con varie sfumature e anche contraddizioni, ha trovato piena realizzazione nel celebre passo evangelico del Buon Samaritano. Da quella visione di prendersi cura di una persona bisognosa sono nate nei secoli esperienze di assistenza ai malati negli ospedali, nelle università, sono nati ordini religiosi e laici che hanno fatto dell’assistenza sanitaria la propria missione, e questo continua ancora oggi soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Il cristianesimo, come cultura prima ancora che come religione, sostiene il dovere di curare sempre, anche quando non si può guarire, riconoscendo una ”infinità dignità” alla vita soprattutto quando è fragile e vulnerabile. Del resto anche gli Hospice derivano il loro nome dagli Ostelli medievali che offrivano accoglienza e cure lungo le vie dei pellegrinaggi, così come oggi offrono lo stesso lunga la via del pellegrinaggio della vita».











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