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La (continua) tentazione di essere Dio
Dalla Genesi al transumanesimo, l’uomo non smette di sfidare i propri limiti. Ma il progresso può davvero sostituire il senso della nostra umanità?
13 Aprile 2026 - 00:09
(Ai)
La recentissima pubblicazione di “Quo vadis, humanitas?”, l’atteso Documento della Commissione teologica internazionale sulle nuove frontiere aperte dalle tecnologie biomediche nell’ambito dell’invecchiamento e della chimera uomo-macchina, ci consente di rimettere a fuoco la natura e la vocazione dell’essere umano, anche grazie a nuove prospettive. Come raccordare la nostra fragilità intrinseca con il desiderio di salire più in alto, di correre più veloci, di superare i nostri limiti? E ancora, la nostra condizione umana è una stazione di passaggio o è il capolinea dell’evoluzione? “L’uomo è qualcosa che deve essere superato”: lo aveva già annunciato Friedrich Nietzsche, in “così parlò Zarathustra”, alla fine dell’Ottocento, ma adesso, all’inizio del ventunesimo secolo, lo sviluppo delle tecnologie biomediche sembra aprire la possibilità concreta di realizzarlo.
A dirla tutta, già nelle prime pagine della Bibbia si racconta che la prima coppia umana abbia tentato di superare il limite imposto dalla natura creaturale per “essere come Dio” (Gn.3), ma sappiamo tutti com’è andata a finire. Nella nostra vita sono entrate la fatica, il sudore, il lavoro, la morte e tutte le nostre fragilità. Ma tant’è, il desiderio di progresso è innato nella nostra natura e, alimentato dall’intelligenza e dall’impegno, può realizzare veramente progetti inaspettati e incredibili. I benefici che la conoscenza e la tecnica hanno apportato alla condizione umana sono sotto gli occhi di tutti e hanno consentito di allungare e di allargare la vita in maniera sempre più progressiva, a partire soprattutto dal ventesimo secolo.
La scoperta dell’antibiotico (Fleming, 1928) ha salvato milioni di bambini da malattie precedentemente mortali, così come l’invenzione del microprocessore (il vicentino Federico Faggin, 1971, vivente) ha avviato la velocissima catena che ha portato ai nostri computer e ai nostri robot che, indubbiamente, hanno migliorato la vita di tutti noi. In questo elenco di benefattori dell’umanità qualcuno mette anche il signor Ferrero che nel 1964 ha inventato la nutella: come non essere d’accordo? Quello di nuovo, tuttavia, che si è aperto all’orizzonte più recente, è un nuovo modo di vedere l’uomo, la sua natura, la sua origine e il suo destino; in altre parole si sta diffondendo (grazie al contributo di menti illuminate) una nuova antropologia che, per la prima volta nella storia dei nostri simili, ritiene che davvero l’evoluzione non possa fermarsi con noi.
E’ come se si affermasse che i limiti della nostra condizione, quelli con cui abbiamo a che fare ogni giorno, non sono più tollerabili dall’uomo moderno e tecnologico, liberato da ogni vincolo di natura religiosa o anche morale e tutto proteso verso il futuro. L’invecchiamento e la morte appartengono agli eoni passati e non hanno più diritto di abitare nelle nostre città ipertecnologiche, pulite, sostenibili e riciclabili. Non c’è più posto per l’”uomo-scarto” (Papa Francesco), per chi non produce o per chi ha semplicemente bisogno degli altri per vivere meglio. Le persone con disabilità dovrebbero essere selezionate a monte, perchè non sono utili, nè per aumentare il PIL, nè per aumentare la conoscenza; già lo si fa con il cosiddetto aborto terapeutico, da decenni anche in Italia, ma oggi, attraverso la diagnosi pre-impianto, che si può fare solo nella fecondazione assistita, si può e quindi si dovrebbe selezionare gli embrioni i cui genomi risultino coerenti con una vita sana, florida e, forse, tendente all’immortalità. Si stanno facendo strada, in questa direzione, due correnti di pensiero particolarmente influenti sul comportamento umano, che vogliono modificare e superare i nostri limiti esasperando e vanificando i nostri leciti desideri di bene.
Si tratta del transumanesimo e del postumanesimo, che a tratti possono anche coincidere, ma che si possono distinguere da un punto di vista filosofico. Il transumanesimo aspira ad una condizione di immortalità o per lo meno ad un invecchiamento così lento e lungo da non distinguersi mai dalla fase della giovinezza; si parla di empowerment, ovvero di potenziamento delle nostre capacità (detto in inglese risulta ancora più efficace), per renderci sempre attivi, produttivi e positivi. Il postumanesimo vede piuttosto la prossima evoluzione come una ibridazione progressiva della natura umana con la macchina, in modo da poter creare qualcosa di nuovo, che tenga insieme per così dire il “meglio” dell’umano con la tecnologia. Esistono già oggi dispositivi che consentono ai non vedenti di “vedere” in modo alternativo (inviano stimoli sensoriali); esistono tecnologie che consentono addirittura di tradurre l’intenzione di movimento in un’azione fisica reale: l’encefalogramma dei neuroni motori di una persona paralizzata o amputata, viene trasmesso a un computer che lo decodifica e lo invia ad una protesi robotica che esegue il movimento.
E’ stata una impresa incredibile della Bioinformatica ed è già di qualche anno fa! Che cosa possiamo dire di questa nuova direzione antropologica? Il documento è illuminante. Prima di tutto bisogna riconoscere che, come ha fatto la Nutella sul nostro umore, anche la Medicina, la Robotica e la BioIngegneria prosperano sulla ricerca continua e insaziabile per abitare e in qualche modo superare i diversi limiti imposti dalla natura umana o dalle sue inevitabili menomazioni. Quindi stiamo andando tutti, da millenni di storia, nella direzione di migliorare la condizione umana: è cosa buona e giusta, come si dice. Stupenda a questo riguardo è la Lettera che Leone XIV ha indirizzato agli sportivi il sei febbraio di quest’anno, in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, dal titolo “La vita in abbondanza”; in un passo definisce così il limite umano: "È ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito". Senza questi limiti non avrebbe senso alcun lavoro umano.
Quello però che il transumanesimo travisa non è poca cosa, e sono l’origine, l’ontologia e il destino della coppia umana. L’origine della nostra persona è in Dio, che ci ha pensati, amati e voluti per quello che siamo: Adamo ed Eva sono creati a immagine di Dio e pertanto hanno una dignità insuperabile nel Creato; sono esseri sacri perchè rimandano direttamente a Dio stesso. Ciascuno di noi, per questo, è unico ed irripetibile: basterebbe questa considerazione a elevare la nostra condizione ad un livello che non ammette un trans o un post. Quando un gioiello è un “pezzo unico”, non si dice che ha un valore unico? La stessa cosa si dovrebbe dire per ogni uomo, piccolo o grande che sia, giovane o anziano, sano o malato: è un “pezzo unico” al Mondo! Non può essere superato da nulla.
Il nostro destino è già segnato, anzi, possiamo dire che per noi cristiani il nostro stato futuro è già dentro la Storia, da più di duemila anni; in Cristo Risorto la nostra umanità è entrata per sempre nella Trinità, realizzando un sogno che nessuna mente poteva immaginare. A proposito dell’invecchiamento e del conseguente esito inevitabile, c’è un punto fondamentale per noi credenti: la morte è necessaria per consentirci di accedere al volto di Dio, che è il Padre che ci dona il pane quotidiano, dal quale veniamo e al quale vogliamo tornare per un abbraccio che sappia di eternità e non di precarietà.
A noi credenti non interessa vincere la morte, perchè è già stata vinta da Cristo, il nostro fratello maggiore; non ci fa più paura. E, a proposito di empowerment, non possiamo desiderare nulla di più di quello che ci è già stato donato: la nostra umanità non è destinata a corrugarsi e a rinsecchirsi come fa un albero d’inverno, ma piuttosto ad essere divinizzata, al punto che San Paolo ci designa “familiari di Dio” (Ef. 2,19) (in greco “oicheioi”, che significa proprio che siamo di casa con Lui). Il senso della vita non consiste nel vivere più a lungo, nel conservare la giovinezza, nel saltare più in alto o nel correre più velocemente, come ci vuole far credere la moderna antropologia del record ad ogni costo, ma si trova piuttosto nel dono di sè, come si deduce dal significato “sponsale” del corpo (Giovanni Paolo II) ovvero dalla dualità maschile e femminile del nostro essere umano.
Gesù stesso, il nuovo Adamo, e quindi il vero modello di umanità, ha detto di sè: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Conformandoci a Cristo, o meglio ancora lasciandoci pervadere dal dono di grazia che abbiamo ricevuto con il Battesimo, ci evolviamo fino al punto di confonderci con la natura stessa di Dio. Non c’è un superuomo ad attenderci, per grazia di Dio. Il nostro transumanesimo, che è già iniziato nella storia di ciascuno di noi, sarà l’ingresso misterioso ma definitivo nel circuito di amore donato e corrisposto, che è la sostanza della Santissima Trinità.











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