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Felice errore. Ecco perché restare insieme conviene, sempre
NEWS 15 Maggio 2024    di Raffaella Frullone

Felice errore. Ecco perché restare insieme conviene, sempre

Restare. Anche quando tutto intorno sembra suggerire di andare, anche quando la ragione lo dice. Rimanere. E far di tutto per far andar bene le cose. Perché è il Sacramento che rende vero il sentimento. Restare per una pienezza, quella promessa da Dio. Questa volta Costanza Miriano non esorta soltanto a dire sì, a lanciarsi nella luminosa, faticosa e rocambolesca avventura matrimoniale, ma vuole convincere chi è dentro una crisi a benedirla, ad affrontarla, a superarla e in ogni caso, a non lasciarsi. Whatever it takes. E’ il cuore del suo ultimo lavoro Benedetto il giorno che abbiamo sbagliato, edito da Sonzogno, che parte dal presupposto che non sono in pochi ad aver preso un abbaglio, e sono tantissimi, diciamo praticamente tutti, coloro che fanno fatica a vivere questo mistero in cui i due diventano una carne sola. Ne abbiamo parlato con lei.

Cinquant’anni dopo il referendum sul divorzio non si sentono molte voci, anche in casa cattolica, sul tema, ora Costanza Miriano ha avuto l’ardire di scrivere un libro, non è un azzardo?

«Venti anni fa perseguitavo le mie amiche per convincerle a sposarsi, adesso mi rendo conto, guardandomi intorno, che dobbiamo aiutarci a vicenda a vedere la bellezza nascosta tra le pieghe del quotidiano, ma facendo una rivoluzione copernicana: non chiederci se le cose vanno bene, ma come farle andare bene a qualsiasi costo. Le leggi cambiano la mentalità, e così ha fatto quella sul divorzio. Quando ci si sposa lo si fa pensando, in qualche angolo nascosto dell’inconscio, che se le cose non funzioneranno, ci sarà sempre il piano B. Anche chi non lo pensa è imbevuto di questa mentalità, ed è veramente da eroi opporvisi. Credo che le coppie che rimangono unite, non semplicemente insieme ma in comunione, oggi compiano un capolavoro, che questo libro vuole celebrare».

Non c’è il rischio che molte persone possano vivere questo libro, questo titolo, o la scelta di affrontare questo tema, come un rigirare coltello nella piaga, un rinnovare sensi di colpa nei confronti di una strada, quella del divorzio, che hanno magari preso di malavoglia o peggio ancora subito?

«Spero proprio di no, perché come dicevo il contesto culturale oggi è tutto contro l’unità della coppia, e quindi credo che chi non ce la faccia abbia davvero tantissime attenuanti. Quindi far sentire in colpa è l’ultimo dei miei pensieri. Piuttosto spero che possa servire a qualcuno che sta combattendo per rimanere, perché si fermi a riflettere. Sapere che tutte le coppie vivono difficoltà simili, al netto delle differenze, secondo me è tanto consolante. Per esempio quando qualche mia amica dal matrimonio perfetto (o che a me da fuori sembra tale) ascolta qualche mia lamentela e mi dice “benvenuta nel club”, io la bacerei. Mi solleva e mi fa sentire normale, questo è lo scopo del libro. E poi penso sempre, ma questo perché io sono testarda, che ci sia quasi sempre un modo per recuperare, anche se ci si è già separati. Infine tengo molto al capitolo che invita i genitori a riflettere sulle sofferenze che dalle separazioni vengono ai figli, un tema rimosso e intoccabile. Bisogna per forza dire che se i genitori si separano in modo non conflittuale i figli non soffrono. Non è vero, anche se non si può dire (pensiamo alle polemiche sullo spot dell’Esselunga…)».

Mi pare che una delle illusioni più diffuse quando si parla di fatica e dolore dentro al matrimonio sia che con la separazione, o il divorzio, il dolore sparisca come per magia, lasciando spazio alla felicità, per tutti quanti. No?

«Ecco, appunto. Sulla sofferenza dei figli non ho dubbi. Certo, è ovvio che se i genitori si separano, meglio in modo abbastanza pacifico che conflittuale. Ma meglio di tutti è stare insieme, anche se c’è qualche conflitto. Però restare, tornare a dormire insieme la sera, scegliere di rimanere, è un grande segno per i figli. Vuol dire che vale la pena voler bene, sempre. Si può anche litigare (per me c’è solo il confine invalicabile della violenza fisica, quello è un altro tema, ricordo solo che in certi casi ovviamente anche la Chiesa suggerisce un allontanamento temporaneo, al fine di ricostruire). Il problema dicevo non è litigare, ma il non riconciliarsi. Si discute, si può fare anche un’urlata da perdere la voce ogni tanto (non è il mio stile, io piuttosto vado a correre per smaltire la rabbia, però capisco che possa succedere): l’importante è poi sedersi e parlare e usare la crisi per fare un passetto in avanti verso la comunione, che non è quello stato magico in cui si entra il giorno delle nozze, ma è piuttosto la meta finale. Se c’è conflittualità, lavorare per risolverla. E anche per gli adulti, che dopo il divorzio si stia meglio è tutto da vedere. Io penso che il nostro problema siamo sempre noi, la causa della nostra sofferenza è dentro il nostro cuore, ed è pericoloso accusare qualcun altro, perché quando lo elimini dalla tua vita scopri che stai male lo stesso».

Ma che fare se ci si rende conto di aver davvero sposato la persona sbagliata, di aver preso un abbaglio colossale, di essersi sposati per immaturità o per altre ennemila ragioni che nulla hanno a che fare con l’aver coscienza del Sacramento?

«A parte che come dice Chesterton tutti i mariti e tutte le mogli sono male assortiti, come un coltello e una forchetta, che però funzionano insieme, a parte questo sì, è vero, ci sono matrimoni più riusciti e altri oggettivamente più faticosi. Alcuni segnati dalla croce di una seria immaturità e infinite possibili problematiche. A volte ci si sposa per dei motivi che poi con l’evolversi della vita vengono meno. Si cambia, si cresce. Ecco, io credo che rimanendo fedeli alla storia in cui ci troviamo, ci salviamo perché non è il sentimento che fa vero il sacramento, ma il sacramento che fa sempre più vero il sentimento. Ho visto storie rifiorire, persone rinascere, ho visto la felicità riaffacciarsi, persone scoprire che avevano accanto la persona giusta, anche se prima non lo sapevano».

Stare quindi non significa per forza votarsi al martirio e vivere nell’eterno dolore della croce?

«Assolutamente no. Stare significa innanzitutto fidarsi di Dio, perché tu puoi sbagliare, ma lui no, e se hai sbagliato strada lui ricalcola il percorso (cit. don Fabio Rosini) e ti porta comunque alla meta. Stare vuol dire non vivere secondo il mondo, dove la gente si chiede solo come stare bene, non soffrire, ma vivere secondo il Battesimo, quindi per incontrare Dio. La croce ci trasforma e ci permette questo incontro. Perché – e chiudo citando il nostro amato don Vincent Nagle – l’inferno è quel posto dove si avverano tutti i tuoi desideri, ma non incontri nessuno».

(Fonte foto: Imagoeconomica)

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