TEMPO DI NATALE
Vittime di serie B
Aurora Livoli, una morte non chiamata «femminicidio». Chissà perché
Tutti i media parlano del caso, ma nessuno usa quel termine. Lecito interrogarsi
05 Gennaio 2026 - 12:15
Aurora Livoli (Ansa)
Rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Questi i precedenti penali di Emilio Gabriel Valdez Velazco, uomo peruviano di 57 anni, a oggi l’unico indagato per l’omicidio di Aurora Livoli. La ragazza, 19enne di origini romane e residente a Monte San Biagio in provincia di Latina, si era allontanata da casa il 4 novembre senza riferire ai genitori adottivi le ragioni del suo allontanamento. Le sue ultime notizie riguardano un messaggio del 26 novembre in cui riferiva di stare bene. Intercettata dalla Polizia ferroviaria il 28 dicembre di fronte alla Stazione Centrale di Milano, aveva ribadito di stare bene e di non voler rientrare a casa. Il giorno dopo è stata trovata senza vita all’interno di un complesso residenziale di via Paruta a Milano, nel quartiere Crescenzago: la parte alta del corpo completamente nuda era stata coperta da un giubbotto. Le prime indagini sembrano confermare l’ipotesi di omicidio per strangolamento a mani nude.
Valdez Velazco è entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017: vive quindi in condizioni di clandestinità da quell’anno. Nel 2019 finisce in carcere a Pavia per violenza sessuale su una ragazza in via Padova. Reato che gli conferisce un primo provvedimento di espulsione. Nel 2023 aveva richiesto il permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana, ma se l’è visto negare nel gennaio 2024. A marzo di quell’anno era stato arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi 5 anni dall’esecuzione dell’espulsione.
Emesso nuovamente un provvedimento di espulsione, non era stato possibile procedere per passaporto scaduto. È così che viene richiesta l’assegnazione di un posto al Cpr, in un primo momento assegnato nel locale Centro di Milano Corelli, ma successivamente rifiutato per un attestato medico che riportava la sua «inidoneità alla vita in comunità per un’asserita patologia delle vie urinarie». Viene così emesso l’ordine a lasciare il territorio italiano entro 7 giorni. Così non è stato. Nel 2024 infatti ha aggredito una quarantenne italiana tentando di soffocarla e ancora nel 2025 ha preso di mira una sua connazionale della stessa età di Aurora abusando di lei a Cologno Monzese.
L’uomo è stato fermato il 30 dicembre scorso dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano in relazione a un tentativo di rapina avvenuto il 28 dicembre, poco prima che le telecamere lo immortalassero insieme ad Aurora. La stessa sera Velazco aveva aggredito una ragazza di 19 anni sulla banchina della stazione metropolitana “Cimiano”. In quel caso la giovane era stata salvata da altri passeggeri che le avevano permesso di scappare, mettendo però in fuga anche l’aggressore. L’uomo è ora detenuto e sotto inchiesta con l’accusa di omicidio volontario.
Nonostante sia lecito aspettarsi che le femministe insorgano in massa per protestare contro il patriarcato opprimente dimostrando piena solidarietà alla vittima del gentil sesso, in alcuni casi è ricorrente il silenzio. Sui media principali infatti non troverete la parola «femminicidio», ma «omicidio», o più semplicemente «ragazza uccisa a Milano». Qualcuno su La Stampa fa inoltre riferimento ai «demoni di Aurora», concentrandosi sul suo stato d’animo più di quanto sia necessario alla cronaca. Come se uscire per la città in condizioni psicologiche probabilmente fragili possa portare a essere uccise da uno straniero clandestino con precedenti penali.
Come se fosse più “interessante” andare a capire come mai avesse interrotto i rapporti con la famiglia, piuttosto che passare in rassegna la fedina penale dell’indagato. Sembra chiaro che quando l’assassino - o presunto tale - sia immigrato non sia prevista l’etichetta onoraria di vittima di femminicidio. E nonostante per ora Emilio Gabriel Valdez Velazco sia solo indagato - anche se tutto, ad ora, lascia pensare che sia lui il carnefice -, neppure prima che emergesse il suo nome si parlava di femminicidio. Un’altra ricorrenza sgradevole prevede infatti che quando non è chiaro il contesto familiare, e quindi non sia possibile far leva sulla famiglia come unica fonte della violenza di coppia, non si parla di donne vittime di femminicidio. Quasi fossero silenziose vittime di serie B.












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